“A modo mio” di Mario Arceri – 30 anni fa il trionfo europeo del BancoRoma, una bella storia da ricordare

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FONTE FOTO: virtusroma.it

Più o meno 30 anni fa – esattamente il 29 marzo 1984 – il Banco di Roma conquistava a Ginevra la sua prima ed unica Coppa dei Campioni, ventuno giorni dopo che la Bata Roma si era imposta a Budapest nella Coppa Ronchetti. Sono passati trent’anni e, naturalmente, la Capitale non ha più vissuto giornate così trionfali. Quel Banco di Roma, che aveva vinto lo scudetto l’anno precedente, che nel settembre dell’84 si sarebbe poi aggiudicato la Coppa Intercontinentale per chiudere infine il suo splendido ciclo due anni più tardi con la conquista della Coppa Korac, ha narrato una delle storie di basket più belle.

In Coppa dei Campioni succedeva a Cantù, che si era imposta nelle due edizioni precedenti: per l’Italia era l’ottava affermazione in quindici anni, e per quattordici volte, in quei tre lustri, aveva portato una propria squadra in finale. Poi, nei trent’anni successivi avremmo raccolto ancora il doppio successo della Tracer Milano (’87 e ’88) e della Virtus Bologna (’98 e 2001): era cominciato il crepuscolo della pallacanestro italiana…

in Europa, divenuto negli ultimi anni notte fonda.

L’impresa di Roma, nel 1984, fu sofferta eppure appassionante, al termine di una stagione caratterizzata da gravi inconvenienti, iniziata con il grave infortunio di Larry Wright in un torneo all’aperto nella splendida ma insidiosissima cornice del Circo Massimo. Sul parquet intriso dell’umidità della sera romana, Larry scivolò facendosi male seriamente, e poi, recuperato, subì un nuovo infortunio a campionato appena iniziato. Il protagonista dello scudetto, il “duca nero” che era entrato nel cuore dei romani come e forse più di Falcao, l’eroe del calcio giallorosso di quel tempo, stava vivendo settimane tormentate anche da una microfrattura che non si riassorbiva al punto di volarsene in America subito dopo la conclusione del girone finale della Coppa che il Banco aveva concluso al secondo posto alle spalle del Barcellona, a pari punti ma cedendo nella differenza canestri del doppio incontro.

Il cammino era stato difficile. Vittorie agevoli su lussemburghesi e albanesi nei primi due turni ad eliminazione diretta, poi l’esordio nel girone finale vincendo a Limoges, la sconfitta di Barcellona, quella in casa con Cantù e in trasferta a Sarajevo dopo aver battuto nettamente il Maccabi. Per mettere al sicuro la qualificazione per la finale occorreva più di un’impresa, in particolare vincere a Cantù dopo aver messo al sicuro i punti del successo interno con Limoges e Barcellona. In Brianza si giocava l’ultima chance e fu ancora Wright, indisponibile Marzorati, a “mangiarsi” Cattini e Fumagalli conquistando la vittoria su un campo che in precedenza, nei quindici anni di storia internazionale di Cantù, era stato violato una sola volta, dalla Mobilgirgi di Sandro Gamba.

Lo scoglio successivo fu la trasferta a Tel Aviv (91-85) per chiudere in casa contro il Bosna di Sarajevo, un vero e proprio spareggio visto che, vincendo al PalaEur, sarebbero passati i bosniaci. fu una vera battaglia in un Palazzo stracolmo, che il Banco si aggiudicò insieme al visto per la finale di Ginevra, perdendo però Larry Wright, che l’indomani sarebbe tornato negli Stati Uniti, e rischiando quindi di presentarsi all’appuntamento decisivo, contro il Barcellona, privo del suo uomo migliore. La sua assenza in campionato costò al Banco i play off, ma poi il folletto nero accettò di tornare: il traguardo della Coppa dei Campioni, da abbinare se vinta, al titolo Nba e allo scudetto tricolore (primo giocatore al mondo a poter eventualmente vantare una simile serie di successi personali), sollecitò evidentemente il suo orgoglio.

Rispetto alla squadra che l’anno precedente aveva vinto il campionato, il Banco aveva in più Bertolotti e Tombolato, in meno Castellano, passato al Master V Montesacro. Sotto il canestro continuava a svettare Clarence Kea dopo la rinuncia a Jim Chones, un altro campione della Nba  che non aveva tuttavia offerto garanzie sufficienti. La squadra tornò quindi al completo in tempo per viaggiare a Ginevra: un  tuffo verso l’ignoto per la tormentata stagione che Bianchini aveva dovuto affrontare in situazione di continua emergenza, cedendo in campionato ma esaltandosi in Coppa dei Campioni, L’avversaria era particolarmente temibile, il Barcellona, eterno secondo ma stavolta sicuro favorito in una sfida che si presentava impari.

Il Banco era alla sua prima esperienza, il Barcellona era invece più volte arrivato ai massimi livelli senza però vincere mai nulla. Una partita delicata, un Italia-Spagna che si ripeteva, a livello di club, un anno dopo la finale degli Europei di Nantes, con tanti protagonisti, in particolare tra gli spagnoli, di quella sfida che aveva fruttato all’Italia il primo oro della sua storia. Gilardi da una parte, Solozabal, San Epifanio, Sibilio, De La Cruz nell’altra. Gilardi contro San Epifanio, i migliori in Europa nel loro ruolo, Kea e Polesello contro Mike Davis (un ex) e Marcellus Starks, Solfrini alle prese con Sibilio, Wright a mettere in crisi Solozabal.

A Ginevra arrivarono migliaia di tifosi, ragazzi partiti il pomeriggio precedente in machina, in pullman, in treno, giunti stravolti senza dormire con la prospettiva di affrontare altre lunghissime ore di viaggio subito dopo la partita. La città di Calvino, austera e rarefatta, sconvolta da slogan e bandiere: mai prima di allora il basket aveva motivato simili esodi.

L’avvio fu tuttavia drammatico. Il Barcellona dilagò subito (come la Spagna un anno prima a Nantes), San Epifanio un’autentica furia: ogni tiro un canestro e una lotta privata con Gilardi. Ma anche tanti falli. Sotto di dieci a metà tempo (32-42), con lo spettro della sconfitta ormai sempre più concreto, negli spogliatoi Wright confortò tutti: “Tranquillo coach: vinciamo noi“, disse a Bianchini suggellando l’armistizio e dando il via ad una strepitosa rimonta. Larry alla fine avrebbe segnato 27 punti, Kea avrebbe finito con il dominare i rimbalzi facendo caricare di falli i pivot avversari insieme a Polesello. Al 10′ della ripresa Wright raggiungeva e superava il Barcellona troppo legato al tiro di San Epifanio sul quale Gilardi difendeva in modo sempre più efficace. Infine in cattedra salì anche Sbarra e i canestri decisivi portarono la firma del giovane ragazzo romano. 79-73 il risultato finale con il Banco di Roma campione d’Europa.

Spazzato via l’incubo, una stagione traumatica al continuo… inseguimento psicologico e pratico di un campione come Wright che mal si adattava all’ambiente italiano (“Gli dobbiamo molto, nessuno lo dimenticherà mai, ma la sua presenza produceva continue tensioni una situazione logorante sotto il profilo nervoso” disse poi Bianchini), si chiudeva con una grandissima vittoria, con Polesello che alzava la coppa abbracciato dal presidente, Eliseo Timò, con Bianchini che si confermava il miglior allenatore europeo: tra Cantù e Roma, in cinque anni, due Coppe dei Campioni, due scudetti, una Coppa delle Coppe.

Vale la pena ricordare squadra e staff: Gilardi, Polesello, Sbarra, Solfrini, Bertolotti, Tombolato, Wright, Kea, i giovani Grimaldi, Sacripanti, Salvaggi, Scarnati, i tecnici Bianchini, Di Fonzo, Cipriani, Uricchio, Calzoni, Bernardini, Carosi, il presidente Timò, i vicepresidenti Nottola e Mazzarella, e poi Mecozzi, Saba, Cilli, Acciari, Begni, Betti, Culini, Germano, il medico Caliento, il preparatore atletico Massaro, il fisioterapista Rotundo.

La Virtus Roma avrebbe vinto ancora la Coppa Korac nel 1992, sarebbe tornata in Coppa dei Campioni (ora Euroleague) nel nuovo millennio, avrebbe disputato due finali scudetto, la seconda nella scorsa primavera, sarebbe comunque rimasta una delle realtà più importanti della pallacanestro italiano, ma gli anni del Banco restano indimenticabili soprattutto per la rapidità con cui il nuovo club si consolidò fino al punto di dominare in Italia e in Europa, anche se solo per pochi anni. Trent’anni più tardi è giusto ricordare una squadra, i suoi uomini, un’impresa simbolo di un grande basket che non c’è più.