Buoni e cattivi delle semifinali scudetto 2013-2014

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    ALESSANDRO GENTILE 9 – una serie di semifinale giocata sempre a marce altissime, risultando spesso il grattacapo più grosso per coach Meo Sacchetti. Un suo tiro da tre punti impennatosi per poi ricadere fortunatamente nel canestro sassarese in Gara 3 al PalaSerradimigni costituisce probabilmente un credibile spartiacque nella serie. Fisicità impressionante, un arresto e tiro sempre più efficace e una determinazione da capitano vero, a Viggiano e Carter spetta ora l’arduo compito di limitarlo.   MARQUEZ HAYNES 8 – che inizia la serie contro Roma carico a pallettoni (26 in gara 1 al PalaEstra, 4/8 nel tiro da 3 punti), riservando ai capitolini il medesimo trattamento nella decisiva gara 5, in cui l’ex Artland Dragons ne mette a referto 29 (5/7 da 2 e 3/4 da 3). Adesso è finale contro quella stessa Olimpia che l’ha rilasciato lo scorso gennaio, siamo certi che per il numero 8 di coach Marco Crespi gli stimoli non mancheranno di sicuro. CALEB GREEN DRAKE DIENER 7,5 – fatta eccezione per le polveri “umidine” di gara 4, sempre presenti, sempre caldi, sempre determinati. Caleb all’inizio della serie appare come un enigma insolubile per i lunghi di coach Banchi, mentre Drake la mette praticamente da ovunque e in qualsiasi maniera, marcato, in uscita dai blocchi, dai 6 o dagli 8 metri per lui non fa differenza. Strepitosi entrambi. Pare possano salutare entrambi la Sardegna, con l’ex Orleans pronto ad accettare la proposta di Malaga; per Drake invece, in virtù di un passaporto bulgaro nel cassetto, le chances di permanenza in Sardegna sembrano ancora resistere, anche se dopo la superba stagione (anche a livello europeo) disputata, con un occhio anche alla propria carta d’identità, sarà difficile resistere ad offerte provenienti da altri lidi (Russia in primis). MARCO CRESPI 7 – la Mens Sana gioca la pallacanestro più fluida e concettualmente più semplice del campionato: ottima circolazione di palla, mettiamo in condizione di prendere il tiro a coefficiente più alto di realizzazione chiunque, provocando rotazioni e cambi difensivi grazie agli uno contro uno di Erick Green e Marquez Haynes, due che sparigliano abbastanza agevolmente i piani delle difese avversarie. E poi, c’è la componente psicologica, l’allenare sul senso di “volersi migliorare ogni giorno” e di voler “stupire” anche in questa stagione balorda, triste, nefasta. Viggiano e Janning si butterebbero nel fuoco per lui, lo seguirebbero anche se decidesse di andare ad allenare alla Far Oer. Chapeau, coach, questa finale è meritatissima. QUINTON HOSLEY 4 – le avrebbe anche le possibilità di mettere in difficoltà la difesa senese, ma gioca con una voglia francamente irritante. Pessimo al tiro, svogliato in difesa, pasticcione in attacco, superficiale, nervoso. Dopo un’annata da montagne russe (troppi alti e bassi, mai un minimo di costanza), si gioca in maniera irreversibile le proprie quotazioni in questa post season, disputata in modo scadente dall’ex Badalona e Real Madrid tra le altre. Forse un altro anno di purgatorio in Polonia non guasterebbe, il talento è indiscutibile ma voglia di competere e grinta sono davvero di misero livello. MARQUES GREEN 4 – che dimostra, dopo la serie contro Milano, qualora sussistessero ancora dei dubbi, di avere solo due cose buone: il passaporto e il tiro dalla lunga distanza. Oddio, il secondo per la verità viene e va e le percentuali in questo senso non aiutano di sicuro (8/28 nella serie contro Langford e compagni, non si scavalla il 29%…) il buon Markis (facciamo fede alle chiarissime origini macedoni dell’ex avellinese). In difesa è oggettivamente impresentabile, ma anche in attacco le scelte sono spesso discutibilissime. La sensazione è che dopo questa negativa stagione, le quotazioni del 32enne playmaker di Phila siano scese un tantino, peccato per il diretto interessato ma soprattutto per Sassari.  

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