C’era una volta la Serie A: i top 5 americani

Da buoni nostalgici oggi vi vogliamo presentare il nostro quintetto di americani preferito.

di La Redazione

La pallacanestro nasce negli Stati Uniti nel 1892, quando il dottor James Naismith, che non smetteremo mai di ringraziare, pubblica le prime tredici regole del gioco. Non è quindi sbagliato considerare gli States come la madrepatria di questo sport.

C’è stato un periodo, un bel periodo, in cui nel campionato italiano gli stranieri potevano essere solamente due per squadra. E nella maggior parte dei casi erano statunitensi.

Da buoni nostalgici oggi vi vogliamo presentare il nostro quintetto di americani preferito. Attenzione, non sono quelli che consideriamo i migliori o i più forti, ma quelli che più ci han fatto emozionare e di cui abbiamo ancora un bel ricordo…e che ci fanno venire tanta, tanta nostalgia!

Posizione di playmaker, quella più difficile visto che in questo ruolo abbiamo avuto tantissimi giocatori americani di talento nella storia del nostro campionato, ognuno con i propri pregi e i propri difetti.

Ma il nostro preferito, ragazzi, è un fenomeno: Tyus Edney!
Tyus arriva in Italia nel pieno della sua carriera, dopo 4 anni trascorsi a UCLA (con un campionato NCAA vinto da protagonista), tre stagioni mediocri in NBA, tra Sacramento e Boston ma soprattutto al termine una stagione trionfale allo Zalgiris Kaunas con la quale si laurea non solo campione Lituano e di Lega NEBL, ma anche d’Europa con la vittoria dell’Eurolega.
Italia, dicevamo. Arrivato a Treviso, in quella magnifica squadra che è la Benetton, Edney non è solo uno dei tanti campioni in maglia bianco verde, ma ne è il vero e proprio metronomo, il giocatore che è in grado di guidare magistralmente l’attacco e, all’occorrenza, di fare canestro. Non c’è nulla che Tyus, imprendibile folletto, non sappia fare nella metà campo offensiva. Anzi, sì. Schiacciare, forse. Si perché Edney domina le partite dall’alto del suo metro e 80 e dei suoi 80 kg scarsi. Vive altre due stagioni italiane, a Roma e Bologna, sponda Fortitudo. Ma quello che ricordiamo con più affetto noi, è l’imprendibile folletto che ha permesso alla Benetton di aggiudicarsi due campionati, tre Coppa Italia e due Supercoppa Italiana, venendo inserito anche due volte nel quintetto ideale dell’Eurolega. Basta?

I due esterni, intercambiabili nel ruolo di guardia e ala piccola sono due giocatori che mai han giocato in squadre di prima fascia, ma che, però, in un modo o nell’altro ci hanno fatto impazzire: uno di soprannome fa Cookie e ha giocato a Biella, l’altro ha vinto la classifica marcatori nel nostro campionato a Reggio Calabria. Si, avete capito bene, stiamo parlando di Cookie Belcher e di Brian Oliver.

Cookie Belcher è stato un giocatore abbastanza sfortunato. Perché se avesse avuto un po’ più di fortuna dal punto di vista fisico avrebbe avuto una carriera ben diversa da quella che poi è stata. Lo abbiamo visto in Italia per quattro solide stagioni a Biella, con molte, per non dire troppe, partite saltate. In quelle in cui è sceso in campo però ci ha fatto innamorare: non tanto per i numeri, perché non ha mai avuto i numeri e il pedigree degli altri 4 componenti del nostro quintetto.  Però in campo Cookie sapeva fare tutto, soprattutto nella metà campo difensiva: di difensori del genere ne abbiamo visti davvero pochi nel nostro campionato negli ultimi anni. Soprattutto considerando anche il fatto che in attacco non danneggiava la squadra, anzi portava eccome il suo contributo, in fase realizzativa e non. Ripetiamo, peccato per quel fisico troppo fragile, altrimenti l’Eurolega sarebbe stato un palcoscenico adeguato per un giocatore del genere.

Di Brian Oliver, invece, potremmo far parlare, e molto, gli amici di Reggio Calabria che l’hanno visto spiegare pallacanestro sia nella stagione 96/97, stagione in cui vince il titolo di capocannoniere del campionato, che 1999/2000. Niente male per un giocatore che prima aveva assaggiato solamente i parquet delle Minors USA e il campionato Israeliano. Con alterne fortune lo abbiamo visto anche con altre maglie del campionato Italiane (sfortunata, in questo senso, la parentesi Canturina) ma ovunque ha lasciato un bel ricordo, prima ancora come persona che come atleta. Reggio Calabria, come detto, Messina, Trieste e Capo d’Orlando (dove contribuisce alla vittoria della coppa Italia di Legadue nel 2005) sono solo alcuni esempi. Di lui ricordiamo con piacere la facilità nel fare canestro, soprattutto dal post basso, zona del campo che qualche tempo fa era occupata principalmente dai lunghi.

Sotto le plance invece, due giocatori che abbiamo visto a Milano, e non solo.
Nel ruolo di ala forte troviamo un famoso Jazzista oltre che grandissimo ex giocatore: Thurl Bailey! A fargli compagnia un ragazzo noto anche per aver militato nella squadra di pallacanestro più famosa e spettacolare del mondo, gli Harlem Globetrotters: Joseph Blair!

Non vi aspettavate Thurl vero? Si, è uno dei primi giocatori che noi personalmente abbiam visto dal vivo dominare nel campionato Italiano dopo diverse stagioni in NBA. Portato in Italia dal patron Franco Polti, a Cantù, Bailey ha letteralmente incantando il Pianella tra il 1995 e i 1997: punti, rimbalzi, leadership, tutte qualità che mettono, di diritto, nell’olimpo degli americani della squadra Canturina. Dopo due stagioni si sposta di qualche km per vestire la maglia dell’Olimpia Milano dove fa coppia con un altro lungo per noi storico, il gattone, Warren Kidd.

Warren Kidd è anche uno dei molti predecessori di quello che è il centro titolare della nostra formazione: Joseph Blair.

Per raccontare di Joe, anzi di Joseph (al ragazzo non piace molto il soprannome Joe) ci vorrebbe un articolo intero (e qui non possiamo rimandarvi a C’era una volta la serie A: Joseph Blair). Vi basta sapere che ha vinto il titolo di MVP di Eurolega? O magari del fatto che da noi sia partito da una realtà piccola, ma che di pallacanestro ne mastica, e molta, come Biella? E che da li sia poi arrivato a Pesaro, rimanendovi per due stagioni (seppur intervallate da un’avventura greca) per poi atterrare e rimanere a Milano per tre stagioni, diventando in poco tempo il beniamino del pubblico dell’Olimpia? Il carisma, la sua capacità di esser leader e di lottare su ogni pallone, oltre alla pettinatura vintage, hanno portato Joe ad esser sempre uno dei beniamini dei tifosi delle diverse squadre dove ha giocato. E per questo non possiamo che ringraziare quel gran genio di Marco Atripaldi per averlo portato nel nostro campionato.

Noi giochiamo con questi cinque… e voi?

A cura di Valerio Intini – C’era una volta la Serie A

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