Coaching stories: John Calipari

Coaching stories: John Calipari

La strana storia di uno dei migliori allenatori NCAA di sempre, luci ed ombre di una carriera fatta di vittorie ed ancora vittorie.

di Giovanni Manca

Nato nel 1959 e di chiare origini italiane, Calipari cominciò la sua carriera di head coach nel 1988, quando dopo sei anni di assistentato tra Kansas e Pittsburgh gli venne offerto il posto alla Massachusetts University. Ci mise poco a far capire il suo valore: in otto anni con UMass vinse per cinque volte l’Atlantic-10 Championship, guadagnandosi anche il titolo di Naismith College Coach of the Year nel 1996, a seguito delle Final Four disputate nel torneo NCAA.

Viste le sue immense doti nel creare un gruppo di giocatori unito e solido, per lui si accesero subito i fari delle franchigie NBA. E lui, nel dilemma che attanaglia molti tra i più validi allenatori di college, scelse di rispondere positivamente alla chiamata dei New Jersey Nets. Dopo tre anni ai Nets e uno da assistente a Philadelphia, si rese conto che il basket adulto non faceva per lui. Troppo stress, troppe pressioni mediatiche. Tornò in NCAA, perché una delle virtù dei forti è quella di ammettere i propri limiti e di sfruttarli a proprio favore.

Così John divenne, nel 2000, capo allenatore di Memphis University. Non poteva sapere quanto quell’ateneo sarebbe stato croce e delizia all’interno della sua carriera, lui voleva solo tornare ai vertici del basket collegiale, quello a cui apparteneva. A Memphis confermò, anzi superò, quanto di buono aveva fatto vedere nel Massachusetts: almeno 20 partite vinte in ognuna delle nove stagioni, cinque titoli di Conference, una media vittorie vicina all’80%. Tra l’altro in quel periodo ampliò il suo bagaglio tecnico iniziando ad utilizzare la tattica, appresa da Vance Wahlberg, che poi sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica, ossia la dribble drive motion offense. Nel 2008 arrivò la stagione più importante, quella della finale per il titolo NCAA. Quella anche del secondo titolo di Coach of the Year.

La finale contro Kansas University fu una partita estremamente tirata, nessuna delle due squadre riusciva a prevalere sull’altra. Tra le file dei Tigers giocava un giovanissimo Derrick Rose, oltre a Chris Douglas-Roberts, quell’anno inserito nel miglior quintetto NCAA. A capeggiare i Jayhawks, invece, c’era il futuro Heat Mario Chalmers. Dopo un tempo supplementare concitato in cui proprio Chalmers si rivelò una spina nel fianco per la difesa, i ragazzi di Calipari si arresero, lasciando il titolo di campioni NCAA ai Kansas Jayhawks di coach Bill Self. Una stagione comunque da incorniciare per i Memphis Tigers, finalmente giunti ai vertici dopo troppi anni di mediocrità.rose memphis rose memphis

Ma a volte la storia è crudele, non guarda in faccia nessuno: Calipari e la sua squadra erano ignari di essere entrati nella parte buia degli eventi cestistici collegiali. A sbattere loro in faccia la verità ci pensò l’ETS, un ente incaricato di sviluppare e controllare i test d’ingresso dei college americani. Il verdetto fu secco ed inaspettato: il test fatto da Derrick Rose per entrare all’università non era valido, e questo significava che ogni partita disputata in quella stagione sarebbe stata cancellata. Un anno di sacrifici, di vittorie e di emozioni spazzato via in un secondo. Senza la possibilità di ribattere.

Fu un duro colpo per i ragazzi ed anche per Calipari, che però non ne voleva proprio sapere di mollare. Lui sapeva di essere un vincente, di essere più forte di una stupida sanzione. Così, come fanno tutti i grandi campioni dopo una sconfitta, si rimise immediatamente al lavoro, infondendo alla squadra la carica giusta per continuare a fare bene. La stagione successiva infatti vide ancora i Tigers fare il pieno di vittorie, con un bottino di 16-0 nelle partite di Conference; vittoria nel torneo regionale e biglietto strappato per il torneo nazionale. Tuttavia la March Madness non andò come previsto, dato che la squadra uscì alle Sweet Sixteen. Forse quello era il segnale che bisognava cambiare aria, ricominciare da capo.

Ed infatti dal 2009 John Calipari divenne coach di Kentucky University, uno dei migliori atenei americani, con uno scopo ben preciso: riscattarsi e vincere. Portare a casa quel maledetto titolo, quella coppa che solo una delle oltre 300 squadre di Division1 può alzare al termine della stagione. Ai Wildcats quel torneo mancava da quasi quindici anni e proprio per questo era stata presa la decisione di affidare il roster ad un allenatore come lui. Inutile dire che neanche nel Kentucky le aspettative furono tradite: al primo anno la squadra vinse il torneo di Conference ed arrivò tra le migliori otto del torneo NCAA, al secondo anno si ripetè a livello regionale ed arrivò tra le prime quattro della nazione. Il terzo anno fu quello buono: imbattuti in Conference, non ne vinsero il torneo; ma quello poco importava, il titolo a cui si aspirava era ben più prestigioso.

I Wildcats arrivarono alla finalissima 2012 con la fama dei ragazzi terribili: un roster giovane, i cui punti di forza erano i due freshmen Anthony Davis e Michael Kidd-Gilchrist (future prime due scelte al Draft) ed il gioco dinamico e spettacolare. Ad attenderli, sulla strada per la gloria, un avversario che significava parecchio per coach Calipari: i Kansas Jayhawks di Bill Self. Una situazione del genere è sempre pericolosa, perché rischia di tirare fuori quei fantasmi del passato che per anni erano stati tenuti nascosti. Ma ai vincenti poco importa del passato, loro pensano solo al presente. Pensano solo a vincere, qui e ora. Ecco perché nel 2012 i Kentucky Wildcats si laurearono campioni NCAA.wildcats campioni ncaa

Anche negli anni successivi i sempre più giovani Wildcats continuarono a fare bene, pur senza riuscire a ripetersi nella vittoria del titolo nazionale. Si specializzarono più che altro in un diverso ambito: formare giocatori da NBA, giovanissimi e con tanta voglia di arrivare in alto.

Per Calipari arrivò, nel 2015, il premio “alla carriera” che in tanti sognano, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo: l’inserimento nella Basketball Hall of Fame, l’olimpo del mondo della pallacanestro. Un oscar meritatissimo, costruito pezzo dopo pezzo, vittoria dopo vittoria, con la stessa fame che John Calipari ha sempre avuto dall’inizio della sua lunga carriera di allenatore.

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