"Emigrate to USA": Welcome to West Virginia, the land of Mountaineers

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Jerry West è un nome che non ha bisogno di presentazioni particolari. Faro dei Lakers a cavallo degli anni sessanta e settanta, il buon vecchio Jerry è considerato uno dei giocatori più forti di sempre. Il suo soprannome è The Logo, perché lo storico simbolo della famosa NBA che tanto ha fatto innamorare i tifosi di ogni continente è tratto da una sua entrata a canestro realizzata nel 1969. Non sapere chi sia Jerry West è abbastanza inusuale per un appassionato di basket, è invece meno probabile conoscere quale sia il college che lo ha lanciato nell’olimpo dei grandi: la West Virginia University. L’università è stata fondata nel lontano 1867, ha sede a Morgantown e come la maggior parte delle università americane vanta un eccellente programma di pallacanestro. Infatti, i Mountaineers partecipano ogni anno alla BIG 12 Conference. Sono apparsi per ben 29 volte al torneo NCAA, arrivando alle Final Four in due occasioni: nel 1959, con Jerry West assoluto dominatore sul parquet, e nel 2010.
Partiamo dal presupposto che Morgantown non è esattamente una location hollywoodiana: si trova nella contea di Monongalia e ha circa 31mila abitanti. Essendo la WVU frequentata da più di 30mila studenti, viene subito facile pensare ad una città che vive in funzione dell’università e infatti il clima che si respira per le strade alla vigilia di una gara importante è epico. L’esempio perfetto? Il pre-game con Kentucky del 27 gennaio scorso. Il match è in programma alle 19, con la copertura di Espn. Fin dalle prime luci del mattino si vedono studenti in festa e nell’aria si sente l’odore del barbecue pronto a rosolare la carne. È un’atmosfera che mette i brividi, ci sono addirittura dei droni che riprendono dall’alto mentre la gente si arrampica sui tetti delle case urlando “Let’s go Mountaineers”.
Per un pubblico così caloroso, c’è bisogno di un impianto che si rispetti e, in effetti, l’arena che ospita le partite casalinghe non è sicuramente basata sulla Spending Review. Il Coliseum ha una capienza di ben 14mila posti e somiglia ad un vero anfiteatro per la sua struttura incredibilmente circolare. All’ingresso la statua della divinità locale Jerry West accompagna simbolicamente gli spettatori ai propri settori. La peculiarità che balza agli occhi è l’incredibile eterogeneità del pubblico, una cospicua parte del Coliseum (circa 3 mila posti) è infatti occupata dagli studenti, che hanno l’ingresso gratuito garantito mostrando la tessera dell’università. Ci sono poi tantissime famiglie al seguito dei propri figli e simpatiche coppiette di vecchietti.
IMG_1920I momenti di marketing durante il match non hanno nulla da invidiare a quelli NBA, anzi, considerando che stiamo parlando di un evento in cui giocano ragazzi tra i diciannove e ventitré anni la cosa fa ancora più impressione. Dalla Kiss Cam, all’applausometro, passando per il lancio dei Pepperoni Rolls e magliette durante i time-out: ogni cosa è studiata minuziosamente per non annoiare mai gli spettatori, anche se magari l’esito della partita è già deciso. Persino le bibite sono servite in bicchieri decorati con l’immagine del Coliseum sold-out. Continuando il tour all’interno dell’arena si arriva allo spazio dedicato alle conferenze stampa, che è ubicato ai piani alti ed è veramente particolare. I corridoi lunghi e stretti portano immediatamente all’angolo dove gli allenatori rispondono alle domande, ma è quando si arriva in fondo che viene il bello. C’è infatti una sorta di salotto dove i giocatori si siedono singolarmente per parlare con i giornalisti. Più che una conferenza stampa, sembra una chiacchierata informale tra amici al bar.
Il Coliseum è stato inaugurato nel 1970 e per molti anni è stata la facility di riferimento del programma maschile e femminile. Ma nel 2012 è arrivata una svolta importante, con l’inaugurazione di uno dei centri di allenamento più moderni dell’intero panorama collegiale. La struttura è conosciuta con il nome di Basketball Practice Facility ed è il vero e proprio quartier generale del basket. All’ingresso si trova la Robinson/Petroplus Hall of Traditions, in cui sono collezionati tutti i cimeli e i trofei conquistati dai Mountaineers nel corso degli anni. Dei touch-screen interattivi completano l’opera permettendo di rivivere gli eventi che hanno segnato la storia della squadra. L’enorme atrio all’ingresso garantisce l’accesso alle palestre: i Mountaineers hanno a disposizione un campo regolare completo, più un’altra metà divisa in due parti per garantire le sessioni al tiro da tre senza intaccare l’allenamento che si svolge sul main court. A completare la struttura ci sono poi l’Athletic Room, composta da vasche idratanti di acqua calda e fredda, e la sala pesi. Se si considerano anche gli uffici che ogni membro dello staff tecnico ha a disposizione, l’investimento finale è stato di 64 milioni di dollari. Ciò ha permesso alla WVU di elevare ulteriormente la qualità del programma universitario dedicato alla pallacanestro.
Come ci spiega Maciej Bender, ala di nazionalità polacca in forza a WVU e al tempo stesso studente di IMG_1916ingegneria, gli allenamenti si svolgono quotidianamente nel pomeriggio, perché la mattina in molti hanno lezione. In fase di pre-season, che termina a novembre, il carico di lavoro è incentrato quasi esclusivamente sul sollevamento pesi e ogni sessione dura circa tre ore. Invece, durante la regular season il bodybuilding si tiene circa una o due volte a settimana. Il resto del tempo è ovviamente dedicato all’allenamento vero e proprio sul parquet. Prima di andarsene in doccia, Maciej ci racconta anche di quanto bizzarro sia trovarsi a fare i compiti assegnati dai docenti in aereo durante le trasferte. A questo punto, sarete sicuramente curiosi di saperne di più sulla vita di un atleta di basket al College. Non c’è problema, perché durante il post partita di West Virginia vs Kansas State del 2 febbraio abbiamo avuto l’opportunità di spendere qualche minuto con Logan Routt, studente di fisiologia e pivot di riserva della squadra.
Logan, nel concreto cosa significa essere un atleta Ncaa?
LR: Beh, diciamo che si va lezione più o meno 15 ore a settimana e c’è allenamento ogni giorno. Tra l’altro qui in West Virginia si vive una sensazione particolare perché non essendoci altre squadre di pallacanestro nello stato, eccetto quella di Marshall University, tutti sono nostri fan.
In Europa l’immagine che abbiamo dell’atleta NCAA è quella della star che quando passa per i corridoi è acclamato da tutti. Confermi?
LR: Verissimo. Alla West Virginia University questo discorso vale soprattutto per noi e per quelli della squadra di Football. È una bella sensazione, ma al tempo stesso può rivelarsi un boomerang perché siamo comunque giovani studenti.
Come fai a conciliare il percorso da cestista con quello accademico?
LR: Bisogna avere molta tenacia. La parte più difficile, almeno per quanto mi riguarda, è quando ci sono le sessioni di allenamento in palestra, che durano circa tre ore. Solitamente si torna nei dormitori alle 8 di sera e magari bisogna studiare perché la mattina dopo c’è un esame. La gente vede solo un lato della medaglia, ma essere un atleta alla West Virginia University richiede un enorme sacrificio.
La partita tra Kentucky e WVU è stata anche la sfida tra due grandi coach NCAA come Huggins e Calipari.
LR: Coach Huggins è unico nel suo genere. La maggior parte degli allenatori si limita a farti le lavate di capo durante gli allenamenti, lui invece ci parla anche di tante cose extra campo. Ovviamente è super esigente quando ci alleniamo, ma è anche un grande educatore.
IMG_1932Le squadre di college in America trovano quasi sempre nell’allenatore il personaggio simbolo. Pensiamo ad esempio al leggendario coach di Duke Mike Krzyzewski, sulla panchina dei diavoli blu dal 1980. Bob Huggins in questo senso non fa eccezione, perché la West Virginia University è pure la sua Alma Mater. L’ha frequentata dal 1975 al 1977, viaggiando ad una media di 13.2 punti. Dopo aver tentato senza successo il salto nella NBA, Bob si è concentrato sugli studi conseguendo il master in Amministrazione Sanitaria e iniziando al contempo la carriera di allenatore come assistente a WVU. La sua carriera da Head Coach è decollata negli anni 80 e 90, dove ha allenato Walsh e Cincinnati. Ma come i grandi amori che fanno giri immensi e poi ritornano, il destino di Bob era quello di tornare ad allenare la sua università e così, dopo una stagione tra alti e bassi a Kansas State, è stato nominato Head Coach dei Mountaineers nel 2007. Da allora Huggins non ha mai lasciato il suo posto e si è affermato definitivamente come uno dei migliori strateghi del basket NCAA. Basti pensare che è al settimo posto nella classifica per maggior numero di partite vinte nella DIVISION I, con ben 845 vittorie. Ha inoltre lanciato 10 giocatori al Draft NBA, di cui sei al primo giro e quattro nella sezione della Lottery. È indiscutibilmente il personaggio più amato dall’ambiente, tant’è che durante i match circolano diversi striscioni con la scritta “Coach mi dia un abbraccio”, con lui che prontamente non esita a concederlo. Ciò che ha contribuito a renderlo un punto di riferimento per la comunità non sono, tuttavia, le Final Four del 2010 o i nove tornei NCAA disputati con la WVU. Coach Bob ha fondato un istituto di ricerca in nome della madre Norma Mae, morta di cancro nel 2003. In quattordici anni di beneficenza ha raccolto più di un milione di dollari con le sue cene di pesce fritto, note come Huggins Fish Fry.
Durante la partita, coach Huggins è uno spettacolo unico. Servirebbe una telecamera ad Hoc per osservareIMG_1933 i suoi comportamenti. Alterna momenti in cui sta seduto tranquillo occupando buona parte degli spazi pubblicitari, ad altri in cui calcia furiosamente bottiglie di plastica verso la panchina quando il quintetto in campo non difende. Per informazioni sulle sue lavate di capo, chiedere a Logan Routt.
Con i time-out ha un rapporto particolare, a volte li fa gestire ai suoi fedeli assistenti Larry Harrison ed Erik Martin, per spendere del tempo a colloquio con gli arbitri. Ma quando prende in mano la lavagna tattica per disegnare gli schemi, i giocatori si dispongo a mo’ di cerchio sul parquet: sembra di vedere un pastore che raduna il proprio gregge attorno a sé.
Alla fine della partita il coach non va a parlare direttamente con i giornalisti, ma partecipa ad uno show organizzato dalla radio dell’università, conversando pubblicamente davanti agli spettatori che decidono di fermarsi per il terzo tempo. Questa sorta di conferenza stampa aperta al pubblico è una delle cose più sorprendenti che si possono osservare qui, un modo unico e coinvolgente per far sentire tutti parte di una famiglia prima ancora che di una squadra di basket. Quando invece arriva il momento della press conference con i giornalisti, Huggins si trasforma in Gregg Popovich, liquidando le domande con poche parole piene di ironia.
La March Madness 2018 dei Mountaineers si è conclusa alle Sweet 16, al termine di una sfida che ha visto prevalere la super favorita Villanova. Le incertezze in vista della prossima stagione non mancano, Bob Huggins dovrà sostituire degnamente Jevon Carter e Daxter Miles Jr, in procinto di entrare nel mondo dei Pro. La comunità di Morgantown attende con fiducia e già non vede l’ora di riabbracciarsi sulle note di Country Road per ammirare la magia del mondo NCAA.

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