Il basket in trincea/2 – Legge 91? Battaglia giusta, ma…

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Leggo, e me lo consente l’insolito modo di comunicazione usato, una “lettera aperta” che il Presidente della FIP invia al ministro dello sport sul tema della Legge 91.
La prima considerazione che deduco da quanto scritto è che il nostro Presidente non è riuscito ad ottenere diverso e più rituale modo di interloquire. Per un frequentatore di vecchia data dei palazzi del potere non mi pare un buon segnale di considerazione e questo, se come credo sia, va esteso al nostro ambiente un po’ mi preoccupa.
Ma ritorno al tema dell’incontro: le possibili riconsiderazioni circa la legge 91, quella che, fra le altre cose, introdusse i due campionati di vertice del basket italiano nel dorato (???) mondo del professionismo. Questo status di “professionista”, per una curiosa contraddizione in termini, rese i giocatori (e gli allenatori) dipendenti delle società, con tutti gli obblighi che ne derivano in termini di fiscalizzazione del reddito e di versamenti previdenziali, anti infortunistici, TFR ed altro ancora. Un onere a carico delle società, in molti casi, superiore alla somma erogata a favore dell’atleta.

In tempi di crisi probabilmente Petrucci ha considerato che ripensare questa norma o rimodulare le aliquote potrebbe dare un po’ di respiro alle tartassate società. Ragionamento condivisibile in teoria, inefficace in realtà. E mi spiego.
Nell’accezione comune, sia pur per il traino dell’imparagonabile calcio, il giocatore professionista, anche quello di basket, viene ritenuto un “privilegiato” ed invocare nuove norme di miglior favore a vantaggio di chi viene ritenuto un privilegiato è quantomeno socialmente impopolare. Quindi impraticabile visto che le tassazioni e l’aggravio degli oneri indiretti gravano continuamente ed ingravescentemente sugli italiani. Ma all’argomento dell’apparire impopolare si aggiunge quello dell’essere inefficace. L’esame dei contratti che sottoscrivono le società professionistiche del basket (ora solo quelle di serie A) evidenzia come, tolte due o tre di queste, la stragrande maggioranza degli importi sanciti nei contratti sono quelli del “minimo sindacale”, e cioè circa 26.000 euro annui che tradotti al netto divengono 18.000. Considerando che per gli atleti non c’è la tredicesima, uno stipendio similmetalmeccanico. Come mai? Un po’ per la riduzione dei compensi generalizzata e derivata dalla condizione di perdurante crisi del sistema economico, molto dal ricorso diffuso al sistema dei “contratti di immagine” dovrebbero aiutare a eludere (si può dire) tassazioni insostenibili.

Ora va considerato che il contratto di immagine è un istituto legittimo e riconosciuto dall’attuale ordinamento legislativo, ma non nella forma strumentale con la quale viene applicato e non nei modi elusivi con i quali viene messo in atto. Il contratto di immagine che un atleta dovesse disporre con un terzo che avesse interesse andrebbe fatto o con partita IVA dell’atleta stesso o con una società mediatrice che avesse rilevato i diritti dallo stesso atleta con apposita scrittura evidentemente onerosa e tassabile. Accade invece che le società che fatturano tali importi sono per lo più società di comodo e quasi esclusivamente straniere, talchè potrebbe evidenziarsi, oltre alla più evidente elusione fiscale, una più insidiosa accusa di trasferimento di capitali all’estero, con conseguenze davvero dannose per gli artefici di ciò.

Un esempio di quel che potrebbe verificarsi, aggravato in quel caso anche dalla bancarotta fraudolenta, è quello che le cronache di questi giorni riportano a proposito degli ex calciatori del Parma di Tanzi chiamati a rispondere di una serie di preoccupanti reati.
Fra l’altro sempre più spesso, anche nel mondo del basket, nascono contenziosi fra atleti e società in merito ad inadempienze derivanti dal mancato rispetto degli accordi pattuiti in sede di cessione di diritti di immagine (fra l’altro molto spesso non sostenuti da adeguate iniziative promo-pubblicitarie che giustifichino anche formalmente il negozio oneroso). Al BAT, il Tribunale Arbitrale della FIBA che ha sede a Ginevra, potrebbero intensificarsi contenziosi di giocatori con pretese di compensi negati dalle società sul punto, e il tutto potrebbe creare attenzione da parte degli organi competenti che se decidessero di effettuare approfondite indagini sul fenomeno davvero potrebbero fare gravi danni a tutto il movimento.

Ma eravamo partiti dalla “lettera aperta”. E con considerazioni complessive sul senso di quella concludiamo. Sembra una lettera scritta per un chissà quale bisogno di intervenire, ma senza aver davanti una lucida prospettiva od un chiaro obbiettivo da perseguire. In questi casi, visti anche i rischi dei quali abbiamo accennato prima, i latini dicevano “quaeta non movere” e per un mediatore di lungo corso mi pare un inspiegabile colpo a vuoto.

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