Il basket in trincea/5 – Il tempo di una vera riforma

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L’associazione giocatori GIBA nei giorni scorsi ha sottolineato l’esigenza di adoperarsi in qualche modo da parte dell’organizzazione stessa per agevolare il post carriera degli atleti.

Mi pare che altri siano i problemi, più cogenti e più imminenti.

Come scriveva Manzoni “il coraggio chi non lo ha non se lo può dare” ed io credo che si possa parafrasare in “il buon senso chi non lo ha non se lo può dare”.

Mi diceva non molto tempo fa un mio amico attualmente ottimo professionista ed ex giocatore di categorie minori: i giocatori sono una categoria fortunata, guadagnano, anche in serie B ed in serie C quanto si sogna di guadagnare un qualsiasi lavoratore comune, non hanno spese, hanno moltissimo tempo libero ed hanno quindi tutto il modo di studiare per prepararsi ad una professione o ad avviare una qualche attività a contenuto economico. Purtroppo invece passano la maggior parte del tempo libero (con alcune fortunate e lodevoli eccezioni) a dormire, bighellonare, andare a ragazze o per pub. In questo aiutati da un sistema che tende a farne dei personaggi oltre l’effettivo valore e contenuto, aiutandoli a far perdere loro il senso della realtà.

Hanno bisogno di genitori o tutori oltre l’età per la quale dovrebbero aver maturato scienza e coscienza?

Conosco molti ragazzi che hanno fruttuosamente messo a profitto la loro carriera , per quanto lontana dai lustrini dell’Eurolega e anche della serie A, divenendo ottimi ed affermati professionisti sia in campo cestistico che nella vita civile o che hanno avviato una attività economica che dà loro di che ottimamente campare.

Chi è stato abituato ad essere vezzeggiato e coccolato, magari come dicevo prima, oltre il suo effettivo valore, è indotto a pensare che il bello non finisca mai ed in questo rilevo pesanti responsabilità di un sistema di falso professionismo strisciante che con il tempo allontana dalla realtà soprattutto quelli che non hanno adeguata autodisciplina.

Perchè responsabilità del sistema? Perchè gli attuali campionati, al di sotto della Silver, appaiono come una fabbrica dei sogni che al massimo riesce a produrre incubi.
Credo che la Riforma da molti, se non da tutti, invocata debba tener conto di questo e da questo ripartire per trovare soluzioni ragionevoli ad un problema che va prevenuto piuttosto che affrontato tardivamente.

Allora, un campionato professionistico (la serie A) privo degli attuali irragionevoli vincoli di eleggibilità, uno semi professionistico (l’attuale Gold) con criteri di ammissione sul sistema delle franchigie e senza interscambio di categoria e, sotto di questi, una attività giovanile estesa fino ai 24/25 anni nella quale è possibile solo ricevere, da parte delle società che utilizzano le prestazioni sportive degli atleti, una borsa di studio per la formazione universitaria collegata all’effettiva frequenza ed al relativo profitto negli studi scelti.

Al di sotto di questo attività a carattere puramente dilettantistico, prive di valore e tutela economica, magari con livelli di competitività crescente, a libera iscrizione, ma senza promozioni/retrocessioni che spesso sono quelle che giustificano irragionevoli investimenti, forse meglio dire irragionevoli spese, che tendono a trascinare pericolosamente verso l’alto il contenuto economico di una attività che deve rimanere puramente dilettantistica.

Se non cominciamo a tutelare l’interesse dei giocatori tutelando l’interesse e l’equilibrio economico di società e campionati, assisteremo sempre alla continua risacca di club che faticano a trovare la quadratura economica, contribuendo così all’instabilità del sistema.

Credo che anche nel basket siamo arrivati all’ineludibile appuntamento delle riforme, chi vuole che tutto rimanga nella palude non fa il bene dei giocatori che non risolvono il loro problema con piccoli espedienti, ma con riforme serie che da un lato possano fornire certezze professionali e dall’altro, se a 25 anni non sei adatto al professionismo, ti mettono in condizione di affrontare il mondo del lavoro con degli strumenti e dei valori cognitivi che devono essere la massima patrimonializzazione possibile dell’attività svolta.
Il resto è stagnazione.

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