Il basket in trincea/6 – Un caso di (ordinaria) follia cestistica

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Oggi voglio occuparmi di uno “strano” caso di ordinaria e confusa follia. Non recentissimo, non molto vecchio: una sentenza della Commissione Giudicante Nazionale dell’11 febbraio 2014.

La questione, se non per i protagonisti stessi, non è di grande rilievo, ma lancia alcune ombre sul modo di procedere, affrontare e risolvere i problemi che, inevitabilmente, si manifestano nello svolgimento dell’attività sportiva.
Parliamo di un ragazzo nato nel 1998, figlio di un ex giocatore con lunghissima ed anche prestigiosa carriera nelle minors (ma non tanto, visto che si tratta di B1).

Questo ex giocatore, che prestava la sua opera come testimonial nelle scuole per una società di serie A nella quale aveva chiuso la carriera (e questa circostanza la dice lunga sullo standing guadagnato), fu contattato da una nuovissima società del territorio, a conduzione rigidamente familiare, per ricoprire un non meglio specificato ruolo di dirigente del settore giovanile, cosa che non aveva mai fatto e che probabilmente gli sembrò una buona opportunità per cominciare una nuova carriera dall’altra parte fuori dal campo.

La dimostrazione dell’entusiasmo con la quale affrontò la nuova esperienza è testimoniata anche dal fatto che, tramite una azienda della moglie, sostenne economicamente l’attività risultando il maggior sponsor contribuente della società sportiva. Inutile sottolineare che tutta l’attività svolta dallo stesso avveniva in modo assolutamente gratuito.

Ancora di più conferma della inizialmente convinta condivisione della nuova esperienza è il fatto che il figlio, nato nel 1998 e interessante atleta in prospettiva, produceva il nulla osta di trasferimento a favore di quella stessa società.
Qui cominciavano a nascere i primi problemi perchè il papà, che avvertiva le prime difficoltà di ambientamento, decideva di non perfezionare il tesseramento lasciandolo in sospeso. La società, pur a conoscenza della circostanza, come dimostrato per tabulas ed inspiegabilmente ignorato dal giudice, con callido atteggiamento ed approfittando della ignoranza dei regolamenti da parte del padre, faceva giocare il ragazzo mandando, in alcune circostanze l’ingenuo papà a referto in contemporanea con il figlio, non so se come allenatore, vice allenatore o dirigente. D’altra parte il modulo N (mi pare si chiami così), veniva stampato dalla società ed il papà non poteva sospettare che la partecipazione alla gara da parte del figlio fosse “irregolare”.

Certamente la legge non ammette ignoranza ma i regolamenti della FIP ed a volte le loro cervellotiche applicazioni, che si susseguono incessantemente nel tempo, possono sfuggire a chi non ne ha diretta conoscenza e frequentazione per aver svolto, per decenni, la professione di giocatore che si limitava allo svolgimento di attività di campo.
Insomma la società era cosciente che il tesseramento del ragazzo era incompleto e quindi inefficace (in tal senso testimonia in maniera ineludibile una lettera di sollecito del tesseramento inviata alla famiglia del ragazzo) e pur tuttavia lo faceva iscrivere a referto con la aggiunta maliziosa di iscrivere allo stesso referto l’ingenuo padre.
Pare del tutto evidente il comportamento scorretto, pretestuoso e finalizzato, da parte della società, di “incastrare” padre e figlio nella stessa vicenda. Né va sottaciuto che presidente della società è la moglie, vicepresidente il marito, responsabile del settore giovanile un figlio, responsabile del minibasket e del marketing un altro figlio!

In questo accerchiamento pare assai difficile che l’ex giocatore in questione possa, nella sua ignoranza dei regolamenti che certamente invece erano ben noti agli altri attori della vicenda, aver potuto mettere in pratica strategie per conseguire, come argomenta il giudice ” l’illecito vantaggio personale di poter gestire il proprio figlio senza vincoli”. Argomentazione superficiale o capziosa? Infatti tutti possono ignorare incidentalmente leggi e regolamenti tranne che i giudici visto che sono deputati ad applicarli. Quindi non poteva nè può sfuggire al giudice stesso che, non essendo il ragazzo al primo tesseramento,la nullità del tesseramento di cui trattasi determinava ineludibilmente il rientro del ragazzo nelle liste della società di provenienza, altro che “illecito vantaggio personale”. Tertium non datur.

Sapete quale è stato l’esito del giudizio? L’ex giocatore squalificato per illecito sportivo (???) per TRE ANNI, il presidente della società per irregolarità del tesseramento per SEI MESI. Il ragazzo liberato solo a tre giornate dalla scadenza del campionato di competenza perchè il tesseramento è stato riconosciuto inefficace.
Ma ce ne sarebbero ancora da raccontare su questa vicenda. Per ora basta questo. Ognuno maturi una propria opinione.