Obiettivo Basket, di Giancarlo Fercioni/37 – La casa del basket…prego?

di Giancarlo Fercioni

Quando ho cominciato a scrivere queste note sul basket e i media ( oramai non si può parlare più solo di tv), mi sono imposto di farlo con lo stesso criterio di quando dirigo le riprese della mia squadra del cuore: azzerare il più possibile i sentimenti, il tifo, le emozioni e valutare in modo neutrale ogni singolo fatto.

Però si fa fatica. Quando trovi la solita banalità in formato slogan su “ … la casa del basket “, fai molta fatica a non sbottare . Premesso che i colleghi che ci lavorano sono tutti professionisti e fanno il loro lavoro, è come questo viene affrontato che genera dubbi e sconforto. I problemi sono molti : dagli impianti vecchi e/o inadeguati, ai budget risicati che non ti consentono di avere macchine e personale ad hoc, al disinteresse di chi dovrebbe gestire l’organizzazione produttiva e di contenuti che costringe i (pochi) volenterosi ed appassionati a fare i salti mortali per ottenere risultati spesso al limite della sufficienza.

E dire che non ci vuole molto ad elevare lo standard: l’Eurolega sta dimostrando come si può fare. Una Style Guide dove ci sono i termini ai quali devo attenersi televisioni, media e squadre: come e quante telecamere servono (dal minimo in su) per le riprese, come devono essere i palazzi per poter ospitare le partite di coppa, quanta luce sul campo e fuori, come confezionare il prodotto con un timing scandito al minuto da un runningorder preciso e così via.

Purtroppo siamo poco abituati a metodi di lavoro simili: ricordo che la prima voltache mi capitò una cosa del genere fu nel McDonalds Open di Roma, nel 1989 quando, seduta di fianco a me c’era una segretaria di produzione americana collegata via intercom con gli Stati Uniti, che mi dava i tempi di ogni cosa che accadeva (ovviamente azioni dell’incontro a parte…) contando anche i secondi. Stessa cosa nel ’99 con il McDonald al Forum, dove oltre alla nostra regia che produceva il segnale Worldwide, ce n’erano altre due: una solo per le partite degli americani (che erano gli Spurs) e un’altra per i maxischermi montati per l’occasione.

In questi quindici anni sono passati purtroppo anche i grandi budget che consentivano di produrre questi eventi, però la qualità si può mantenere lo stesso: bastano più persone specializzate, meno improvvisazione e idee chiare su cosa e come farlo. Meno “Corrida”.

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