Speak&Roll, di Franco Montorro/22 – Il Playground, metafora del basket più bello

di Franco Montorro

Due settimane fa, Sportweek – il settimanale del sabato della Gazzetta dello Sport – ha dedicato la copertina e un interessante dossier sui playground. Un fenomeno emerso da tempo anche in Italia, ma con un aspetto di sommerso che l’articolo è andato a sottolineare e analizzare: il fatto che i campi all’aperto siano sempre di più un melting pot e dunque uno specchio della nuova Italia multietnica.

Ho un’esperienza molto empirica di questioni sociologiche e resto smarrito in giornate di violenza per questioni razziali o nazionalistiche, ma non posso fare a meno di notare come lo spirito dei playground ben reso dal già citato articolo (l’autore è Fabrizio Salvo), spirito di sana competizione e diffusa lealtà senza frontiere, sia molto spesso vissuto in quelle stesse zone di confine dove scoppia la protesta più o meno xenofoba.

Ma, dice David, varesino, nell’articolo «Non esiste bianco o nero, maschio o femmina, grande o piccolo. Non ci sono barriere sociali, se vogliamo non esiste neanche integrazione: in partenza siamo tutti uguali. Tu vali 1 e l’altro vale 1». Già e quella parola “contro” che separa 1 e 1 vale per un confronto con le stesse basi di partenza e senza pregiudizi o handicap, tantomeno scorie che non siano quelle volatili subito dopo una sconfitta.

Da un campetto di periferia al torneo olimpico di basket il salto sembra spaziale eppure, credetemi, la differenza può essere anche minima. Ho avuto la fortuna di seguire direttamente tre Olimpiadi: Sydney, Atene e Pechino. Vi assicuro che auguro a tutti i miei amici di aver la possibilità anche per un solo giorno di condividere questa esperienza, fatta di due elementi: un estremo e diffuso fair play sul campo e sugli spalti, lontano anni luce, ad esempio, dai veleni della nostra Serie A di calcio e non solo. Poi un’atmosfera quasi surreale di serenità negli impianti, nelle strade, negli alberghi, insomma nei luoghi comuni, fra un’immensa e variegata massa di persone di tutte le nazionalità, razze e religioni. Sorrisi a go go, tentativi anche goffi di comunicare in un inglese che ognuno riadatta a suo modo, una coesistenza perfino gioiosa che a me, fin dal primo giorno, fece balenare l’idea che in fondo la razza umana non sarebbe così malvagia, arrivando ad essere guerrafondaia, se dietro non ci fosse una minoranza con interesse economico a dividere e contrapporre. Nei playground non ci sono interessi economici, guarda caso, e dunque si replica in miniatura quello che ho capito essere il vero spirito olimpico e dunque ben venga il 3 contro 3 come specialità dimostrativa ai prossimi Giochi di Rio de Janeiro. Se ne parla poco ed è un peccato e non vorrei che si commettesse l’errore di credere che se e quando – ancora non lo so – l’Italia volesse competere sarebbe sufficiente prendere il gruppetto di professionisti più estrosi. No, perché si tratta di due sport molto diversi, sia nella forma che nella sostanza, con squadre nazionali di Paesi di retroguardia nella pallacanestro classica molto più competitivi in quella da playground.

Visto lo stato del basket indoor, meriterebbe maggiore attenzione quello dei campetti. Attenzione non tanto mediatica, ché sono sicuro darebbe fastidio a molti dell’United Playgrounds of Italy, quanto di realizzazione e manutenzione degli impianti, tenendo anche conto che visto l’aria che tira da tempo, giocare al campetto è sì molto più spartano che farlo in palestra, ma è assai più economico.

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