[Throwback Thursday] Nel segno del Ragno: la storia dello Zar Predrag Sasha Danilovic

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Predrag “Sasha” Danilovic (src: facebook.com/) Iniziamo dalla fine, o quasi. Un anno fa, nella prima mattina del 13 Maggio 2013, una notizia di cronaca scosse il mondo della pallacanestro: Sasha Danilovic é stato accoltellato in una rissa da bar e lotta per la sua vita in un letto d’ospedale dell’Urgenti Centar di Belgrado, dove é stato operato d’urgenza per porre rimedio alle severe ferite a capo, braccia ed addome. Il fatto che il primo ministro serbo si sia immediatamente precipitato nell’andarlo a trovare (cogliendo l’occasione per definire l’accaduto come “una classica lite serba tra amici”) dovrebbe già dirvi qualcosa sulla rilevanza del personaggio, ma ben piú significativo é sapere il come egli sia giunto in ospedale. Ricostruzioni piuttosto accurate e dettagliate narrano di un litigio scoppiato tra Danilovic ed il suo amico Branko “Fido” Filipovi?, il quale lo avrebbe colpito al capo con un posacenere. Ebbene, al palesarsi dell’ambulanza prontamente chiamata da uno degli altri componenti della comitiva, lo Zar la avrebbe rifiutata e rispedita al mittente. La rissa sarebbe poi in seguito degenerata e proseguita, con la lama del coltello di Fido affondata nell’addome di Danilovic, il quale avrebbe preso la sua macchina e guidato in autonomia fino al nosocomio. Questo puó darvi un’idea del giocatore e dell’uomo in questione: un vero e proprio duro. Una scorza che Sasha ha iniziato a crearsi sin da giovanissimo, quando di gomitate e colpi bassi ne ha incassati a ripetizione e senza battere ciglio per potersi misurare coi piú grandi nei campetti outdoor della ex-Yugoslavia dove lo streetball imperversava. Dirà poi di sé che storicamente i suoi compagni di squadra, soprattutto agli inizi, lo hanno sempre tradizionalmente guardato con una punta di soggezione a causa della sua foga (citando le sue parole direttamente “thought I was a ‘neanderthal from Sarajevo’ because I was a very brazen kid and I practiced like an animal.”). Per concludere il racconto di questo capitolo della sua vita, fortunatamente conclusosi per il meglio con Predrag dimesso dall’ospedale poco prima dello scoccare della seconda settimana (il 26 Maggio), senza aver riportato gravi conseguenze, é emblematico far riferimento ad attestati e messaggi ricevuti, come ad esempio quello del Poz che segue:

Il messaggio del Poz per Danilovic
Il messaggio del Poz per Danilovic
Come a dire, un duro si, freddo spesso, ma molto rispettato (sotto sotto anche da tutti quei tifosi che lo han coperto nella sua carriera di fischi assordanti, per paura che affossasse la loro squadra) e considerato estremamente leale anche dagli avversari (ulteriore esempio di ció é  la sua amicizia e mutuo rispetto con Carlton Myers,
Danilovic vs Myers
Danilovic vs Myers (src: boblog.corrieredibologna.corriere.it)
suo acerrimo nemico sportivo sul parquet a Bologna; nel video che segue trovate una delle prime sfide quando ancora Carlton era in canotta Scavolini). [youtube http://www.youtube.com/watch?v=6zIqJMCmDKs] Ma andiamo per gradi: conclusa questa emblematica parentesi piú recente, partiamo dall’inizio.
Il tatuaggio
Il tatuaggio
Come menzionato nel titolo, la storia di Predrag é sotto il segno del ragno, con una chiara allusione al primo dei suoi tatuaggi (che nel corso del tempo sarebbero aumentati di numero) che lo ha contraddistinto riuscendo piuttosto bene a rendere quella parte del suo carattere e della sua personalità.
Danilovic Ragno
Nel segno del ragno (src: islamicaffairs.org)
Uno dei momenti chiave della sua vita, cestisticamente parlando, é sicuramente l’estate del lontano 1986, in cui di fatto la sua storia ha avuto inizio. Zeljko Obradovic, all’epoca giocatore del Partizan Belgrado, aveva già chiaro come, una volta appese le scarpe da basket al chiodo, avrebbe voluto continuare a lavorare nell’ambiente della pallacanestro, precisamente come allenatore. In quest’ottica, in quella lontana estate di 28 anni fa, si trovava nei pressi della montagna serba di Zlatibor per partecipare al classico clinic per chi si stesse avvicinando alla professione. Il caso volle che, nella medesima location, fosse organizzato un camp estivo per giovani, e che, una mattinata, le due iniziative (il clinic ed il summer camp) venissero a contatto in una sessione comune (ed obbligatoria per le parti). Fu allora che Obradovic, in mezzo al folto gruppo di ragazzi tra i quindici ed i sedici anni, fu stregato da un prospetto: un giovane determinato, alto e magro, al quale decise di regalare una canottiera del Partizan e del quale parló al suo di coach (Dusko Vujosevic) non appena rientrato alla base. Dando già avvisaglie della sua naturale predisposizione per il ruolo di coach e per l’abilità di scouting, Zeljko aveva scovato Danilovic, e si era rivolto a Vujosevic segnalandogli come avrebbero dovuto firmare a tutti i costi questo ragazzino del Bosna Sarajevo. Vujosevic non se lo fece ripetere due volte, attivó la sua rete di contatti e fece si che Danilovic arrivasse a Belgrado alla sua corte in pochissimo tempo. In modo parzialmente simile a quanto accaduto all’altro storico campione dell’ex-Yugoslavia di cui vi ho recentemente raccontato (Dejan Bodiroga e la sua storia), Predrag non poté calcare immediatamente il parquet: il Bosna Sarajevo aveva il regolamento dalla sua e, quando decise di tenere il punto, impugnarlo ed opporsi al trasferimento, costrinse di fatto Danilovic a due lunghi anni di inattività (ovviamente per ció che concerneva gare ufficiali). Essendovi fatti un’idea del personaggio, grazie anche alle dichiarazioni riportate poco sopra, potete immaginare in che modo questo tempo sia stato speso e dove la frustrazione venisse incanalata: interminabili e massacranti sessioni di allenamento. Nel mezzo, ci fu anche una breve prima permanenza n
egli States, per concludere gli studi, imparare la lingua e perfezionare il suo gioco confrontandosi con altre realtà (nello specifico Cookeville, Tennessee). L’impressione che gli Stati Uniti gli fecero non fu delle migliori, e per ció che concerne il terzo ed ultimo punto, Sasha avrebbe poi candidamente affermato di non aver imparato nulla cestisticamente parlando, essendo il miglior giocatore della scuola, con enormi margini sul secondo. Nella stagione 1988-1989, finalmente arrivó il tanto atteso esordio con la maglia del Partizan: 5.6 ppg ma soprattutto tantissima esperienza, assorbita come una spugna, da personaggi del calibro di Zarko Paspalj, Vlade Divac, Sasha Djordjevic ed il suo mentore Obradovic. La consacrazione era ormai alle porte: a soli 19 anni venne aggregato per la prima volta alla Nazionale della Yugoslavia, aggiudicandosi il primo titolo di Eurobasket al fianco di pilastri come Petrovic, Kukoc, Radja, Divac, etc.
Yugoslavia Gold Medal at Eurobasket 1989
Yugoslavia Gold Medal at Eurobasket 1989 (src: dw.de)
La stagione successiva (1989-1990) la sua media punti in canotta Partizan sali a 14 ppg nonostante fosse stato frenato da infortuni, che lo costrinsero, tra le altre cose, a rinunciare ai Mondiali. Nel 1990-1991 invece, sostanzialmente stessa media punti (frutto di un numero molto piú cospicuo di incontri giocati, contro i soli 11 dell’annata precedente) ed un nuovo oro Europeo a scapito dell’Italia. La prima stagione storica peró fu quella del 1991-1992: titolo di Lega Yugoslava (21.8 ppg) ed Eurolega (19.4 ppg) con tanto di MVP award (formidabile il duo con Djordjevic). A causa della guerra, c’é da considerare come le partite casalinghe di Eurolega venissero disputate a Fuenlabrada in Spagna, particolare che rese l’impresa di aggiudicarsi il massimo titolo continentale, nella corsa al quale erano visti piú come “cenerentola” che come potenziali favoriti o contender, ancor piú grande e memorabile.
Danilovic Euroleague Final 4 MVP ai tempi del Partizan
Danilovic Euroleague Final 4 MVP ai tempi del Partizan (src: exyukosarka.wordpress.com)
All’apice del successo con questo traguardo che aveva davvero dell’incredibile, entrambi i componenti di quell’inarrestabile duo (Danilovic e Djordjevic) presero la via dell’Italia: il primo accasandosi a Bologna, il secondo a Milano. La prima parte della storia d’amore con la Bologna sponda Virtus fruttó ben 3 campionati italiani (1992-1993, 1993-1994, 1994-1995).
Danilovic a Bologna, parte I
Danilovic a Bologna, parte I (src: 24emilia.com)
Prima di tentare il salto in NBA (era stato selezionato nel draft 1992 con la 43ma pick dai Golden State Warriors), Sasha si tolse anche lo sfizio di mettersi al collo la terza medaglia d’oro agli Europei del 1995, superando in finale la Lituania e lasciando ai posteri una schiacciata a dir poco clamorosa, “in testa” ad Arvidas Sabonis: [youtube http://www.youtube.com/watch?v=xfiupZgN4VU]   Tornando al discorso NBA, nel Novembre 1994, nell’ambito di una trade, i diritti su Sasha erano finiti ai Miami Heat (insieme a Billy Owens in cambio di Rony Seikaly), franchigia che si avvalse delle sue prestazioni al momento del grande salto.
Danilovic in quintetto negli Heat
Danilovic in quintetto negli Heat
Due furono le canotte indossate nella sua avventura nella National Basketball Association da Danilovic (quella fiammeggiante degli Heat, e quella dei Dallas Mavericks dove nel 2007 avrebbe indossato il 5 appartenuto ad un certo Jason Kidd), molteplici per l’epoca le soddisfazioni, come ad esempio una notte da 7/7 da 3 punti al Madison Square Garden, [youtube https://www.youtube.com/watch?v=HLtKmVDKneA] piuttosto che una sfida con Michael Jordan: [youtube https://www.youtube.com/watch?v=YzejeN31DSA]. Nonostante avesse dimostrato di poter essere un giocatore solido (nelle sue due stagioni a stelle e strisce  12.8 punti, 2.4 rimbalzi e 2 assist a partita), rispettato, ed ovviamente all’altezza della situazione (a tal proposito si veda questo interessante e peculiare articolo di BleacherReport che lo annovera tra i 10 giocatori che hanno “sprecato la loro” chance a Miami), le stesse motivazioni che lo avevano portato a bollare negativamente l’esperienza ai tempi dell’high school iniziarono a farsi strada in lui, che non era il piú grande fan della NBA né soprattutto dello stile di vita americano. Dopo aver fatto bottino di un argento olimpico ad Atlanta 1996 tenendo testa proprio alla seconda edizione del cosiddetto Dream Team, nonostante non tutti nell’ambiente fossero convinti del fatto che sarebbe potuto accadere effettivamente, Sasha decise di rientrare in Europa. E’ cosi che nel 1997-1998, decisosi a tornare in Italia, inizió pertanto la seconda parte della sua storia d’amore con le V Nere, con le quali scrisse un capitolo a dir poco indelebile: [youtube http://www.youtube.com/watch?v=TEP9FJoC2_0] non solo la vittoria dell’Eurolega, ma anche lo scudetto in finale contro la Effe all’insegna della storica giocata che avete appena visto. Con le V Nere a -4 a 18.4 secondi dal termine nella decisiva Gara 5, Sasha, marcato da Dominique Wilkins (decisamente non il primo venuto), realizzó una tripla subendo fallo e mettendo a segno il libero aggiuntivo per l’aggancio che avrebbe definitivamente spostato l’inerzia della partita sponda Virtus, culmine di una gran rimonta poi concretizzatasi e finalizzatasi nei supplementari in cui lo Zar si rese protagonista con due punti, un assist per Gus Binelli, poi uno per Rasho Nesterovic ed infine una tripla… (20 pt nella partita ed MVP). Dopo una medaglia di bronzo agli Europei del 1999 (quelli che hanno visto, 15 anni fa di questi tempi, trionfare l’Italia) ed una delle rarissime finali perse (Coppa Saporta in questo caso) nel 2000 contro l’AEK Atene, all’età di 30 anni, lo Zar decise di abdicare, smettere e ritirarsi. Le motivazioni alla base di tale scelta erano principalmente relative a: consapevolezza di non potersi piú allenare tanto duramente quanto avrebbe voluto a causa della propria forma fisica, appagamento dal punto di vista della fame agonistica (vinto tutto ció che c’era da vincere, niente piú da dimostrare), timing legato a situazioni personali e di vita privata (nascita della figlia alle porte, casa costruita a Belgrado finalmente completata). Alla voce curiosità, se vi siete mai chiesti il perché del nomignolo abbreviativo “Sasha” (che tipicamente é il diminutivo di Aleksandar, di certo non di Predrag), ecco a voi la spiegazione: un patto in famiglia tra il padre che voleva chiamarlo Predrag e la madre che insisteva per Sasha, il cui risultato finale fu un agreement sul fatto che, pur iscrivendolo al registro anagrafico come Predrag, lo avrebbero chiamato colloquialmente Sasha. Nel caso in cui aveste qualche dubbio sull’origine della caparbietà e quasi testardaggine dello Zar, direi che questo é un indizio molto piccolo ma egualmente significativo. Per concludere la nostra storia, dopo aver esordito con una nota poco allegra (la vicenda dell’accoltellamento), quale riferimento migliore di un evento lieto che lo ha recentemente visto protagonista in Italia, ovvero la cerimonia per il ritiro della sua storica maglia numero 5 in quel di Bologna, [youtube http://www.youtube.com/watch?v=vwU90H9VT0E] e di una sua frase che é divenuta a dir poco iconica in quel di Basket City: “IO PUO'”. Semplicemente, Sasha Danilovic. di Valerio D’Angelo

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