Uomini di basket – A tu per tu con Paolo Condò

Il giornalista di Sky Sport ci ha raccontato come si sia avvicinato alla pallacanestro e come la segua ora, con una serie di aneddoti e considerazioni molto interessanti.

di Massimo Mattacheo, @MaxMattacheo

Inauguriamo la rubrica di uomini e donne che lavorano in ambiti diversi dalla pallacanestro ma che sono appassionati di basket. Per la prima puntata, abbiamo contattato in esclusiva Paolo Condò, giornalista di Sky Sport e precedentemente de La Gazzetta dello Sport, che ci ha raccontato di come si sia avvicinato al mondo della pallacanestro e di come la segua oggi. Non sono mancati alcuni aneddoti interessanti della sua esperienza.

Ciao Paolo, quando e come nasce la tua passione per la pallacanestro?

“Io ho giocato a pallacanestro a Trieste ai tempi del Liceo, in alcune squadrette, e nella squadra del Liceo c’era un mio compagno forte che ci faceva vincere tutti i campionati scolastici. Quando collaboravo con ‘Il Piccolo’ di Trieste seguivo contemporaneamente calcio e basket: tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ricordo con grande piacere la squadra di Trieste che è riuscita a tornare in Serie A dopo molto tempo. Seguivo molto il campionato italiano, in quella squadra molto forte c’era anche Alberto Tonut che poi ha avuto una grande carriera e ha vinto anche l’oro a Nantes nel 1983. Poi quando sono andato a lavorare a La Gazzetta dello Sport ho iniziato a seguire il calcio”.

Da quel momento il basket ha avuto meno spazio nella tua vita?

“L’ho seguito ancora, sono un tifoso storico di Milano e ogni tanto andavo a vedere la squadra giocare. Erano gli anni della Tracer e della Simmenthal, ricordo di essere andato a vedere la partita contro l’Aris in cui riuscirono a rimontare dal -31 dell’andata e vinsero la Coppa dei Campioni. In quella squadra giocava Premier e avevo la fortuna che la sorella, Luisa, stesse insieme al mio collega Vincenzo Martucci (che segue il tennis), e quindi avevamo la possibilità dopo le partite di andare al ristorante dove la squadra cenava. Di Trieste ho un ricordo anche della Stefanel, ho un’adorazione di Boscia Tanjevic: c’erano grandi giocatori, tra cui De Pol, Nando Gentile e Dejan Bodiroga. Ricordo che quando arrivò, Tanjevic disse che Bodiroga sarebbe potuto essere forte come Magic Johnson. Ai tempi poteva sembrare un’iperbole, in realtà poi Bodiroga ha fatto una grande carriera. Sono rimasto male quando la Stefanel si è poi trasferita a Milano”.

Ora segui ancora il campionato italiano? O altri campionati?

“Seguo molto la NBA ora perché non mi piace il campionato italiano con dieci stranieri, e so che i giocatori più forti della NBA, tranne rari casi, non vengono a giocare né in Italia né in Europa. Negli anni Ottanta nel campionato italiano c’erano grandi giocatori: a Trieste era arrivato Marvin Barnes, un giocatore fortissimo ma un po’ folle. Avrà giocato tre partite al suo livello ma era uno spettacolo, poi arrivò in Italia Bob McAdoo: in Italia uno con il suo palmares non era mai venuto. Recentemente ho sperato che Kobe Bryant venisse a fare due anni a Milano a fine carriera: al Mondiale del 2010 in Sudafrica, nel corso di un evento Nike, gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto venire e mi aveva detto che aveva una mezza idea di farlo. Mi affascina molto la possibilità di vedere le partite NBA, grazie a Sky ora è molto più semplice: da qualche anno faccio anche l’NBA Pass e guardo molte partite. Con i miei amici de La Gazzetta, da molti anni facciamo anche il Fanta NBA di ESPN: quest’anno ho una squadra molto competitiva ed è un gioco che mi entusiasma. Come importanza lo metto dopo la famiglia ed il lavoro”.

Ho letto il tuo libro ‘I duellanti’, in cui parli della rivalità tra Mourinho e Guardiola nelle quattro sfide tra Real Madrid e Barcellona nel 2011. Secondo me dà molti spunti di interesse, sono due personaggi molto diversi e quasi agli antipodi anche nel loro modo di essere autorevole: Mourinho vuole essere il capo e apprezza il ‘rumore dei nemici’, mentre Pep ha un atteggiamento diverso, più signorile. Pensi che nel basket ci sia stata una rivalità del genere, in un’epoca più o meno recente?

“Nella NBA attuale mi sembra di no, Steph Curry e LeBron James giocano contro per vincere il titolo ma non vedo questa rivalità. In Italia una rivalità bellissima era quella tra Peterson e Bianchini, due personaggi molto diversi tra loro. Un’altra rivalità bella da raccontare era quella tra Magic Johnson e Larry Bird, con le loro storie molto diverse. Oggi, la scelta di Durant rappresenta una rinuncia alla rivalità. Mi piace l’idea del giocatore franchigia che ora si è un po’ persa: c’era un giocatore molto forte, due o tre compagni di alto livello e altri giocatori di contorno e le riserve. Con l’idea attuale delle tre grandi star insieme vincono sempre le stesse squadra: è successo a Boston, a Miami e Golden State. Mi piace molto la parabola di San Antonio, che si è basata su Duncan come stella e su due giocatori molto forti ma non fuoriclasse come Parker e Ginobili”.

Sempre pensando a Guardiola, con l’invenzione del tiki taka ha rivoluzionato il modo di giocare a calcio, dando al Barcellona un vantaggio rispetto alle rivali che è stato colmato solo dopo qualche anno. Un vantaggio che va oltre i risultati conseguiti: pensi che nella NBA ci sia stata una rivoluzione simile?

“Come ti ho detto, San Antonio passerà alla storia per il suo modo di giocare: Popovich è sempre stato in grado di adattare il modo di giocare della sua squadra all’evoluzione che il gioco ha avuto nel corso degli anni. Io non sono esperto per giudicare, però Golden State ha una grande capacità nel tiro da fuori, con quattro giocatori capaci di avere grandi percentuali, può essere considerata la favorita. Sono curioso di vedere come si evolve Cleveland e anche cosa farà New Orleans ora che ha preso Cousins: non capisco la scelta di Sacramento che non ha ottenuto quasi nulla in cambio, probabilmente volevano dare via un giocatore con un brutto carattere. Insieme a Davis formano una coppia molto forte e prenderanno tanti rimbalzi. Sono curioso di vedere anche come si evolve il Process a Philadelphia: Allen Iverson è stato uno dei miei giocatori preferiti e adesso, dopo tanti anni di tanking e avere toccato il fondo, sembra che possano migliorare, anche se secondo me hanno troppi lunghi”.

Si è appena giocato l’All-Star Game: pensi abbia ancora senso o è una partita in cui si gioca solo per fare divertire il pubblico?

“Non guardo l’All-Star Game da diversi anni ormai, penso di averti risposto. Twittando con il mio amico Riccardo Pratesi, gli ho detto che se fossi andato a giocare probabilmente avrei segnato 10 punti anche io. Al Liceo ero un buon tiratore, con tutto lo spazio che concedono in questa gara avrei fatto la mia figura. Per me, dove non c’è difesa, non può esserci sport”.

bleacherreport.com

Hai definito rinuncia alla rivalità la scelta di Durant di andare a Golden State. Ti sei fatto un’idea del perché l’abbia fatta?

“Durant ha fatto questa scelta per vincere l’anello, guardando la squadra che aveva Oklahoma City qualche anno fa con lui, Harden e Westbrook è difficile capire come abbiano fatto a non vincere. Ci sono stati tanti grandi giocatori che non hanno mai vinto l’anello, e penso che a quel livello non faccia piacere. Westbrook è una scossa di elettricità, ha grandi numeri, ma come dice il mio amico Flavio Tranquillo, un giocatore non vince da solo”.

C’è un aneddoto nella tua esperienza da giornalista che ricordi in modo particolare?

“Un episodio molto forte è accaduto alle Olimpiadi del 1992, con il primo Dream Team. Andai a vedere la partita che giocarono con la Croazia nel girone: dovevo trovare una storia da raccontare. Al termine della gara, che gli Stati Uniti vinsero con 20/25 punti di margine, andai negli spogliatoi, dopo che Jordan, Pippen e Barkley avevano ‘fatto un culo tanto’ a Toni Kukoc in partita, che aveva appena firmato un ricco contratto con i Chicago Bulls. Un calciatore probabilmente mi avrebbe risposto che loro giocano sempre così, chiesi a Barkley il perché del loro atteggiamento e lui mi rispose che avevano dovuto farlo perché non era giusto che un giocatore come Kukoc, che aveva ancora tanto da dimostrare, potesse guadagnare già quelle cifre. Chiesi poi a Radja, Kukoc e Drazen Petrovic se avessero voluto affrontare gli Stati Uniti il giorno dopo e se sarebbe potuto cambiare qualcosa: Radja, deboluccio, mi rispose di no, che tanto non sarebbe cambiato nulla. Kukoc mi disse che probabilmente sarebbe finita allo stesso modo, ma che avrebbe voluto riprovarci. Petrovic mi rispose che se li avesse avuti davanti li avrebbe mangiati: ho un bel ricordo del grande Drazen e lo piansi molto. E’ stato senza ombra di dubbio il più grande giocatore europeo di sempre e aveva anche un carattere fortissimo”.

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