Uomini di Basket – parla coach Ciccio Ponticiello: Basket, tra presente e futuro

di Luca Maggitti

Francesco Ponticiello, prime nuvole in almeno 3 piazze della A2 Gold. Ogni stagione la stessa storia, quindi non è una novità. Cosa non va, a tuo avviso, da troppo tempo?
«Credo che ci sia innanzitutto una difficoltà oggettiva, frutto della pessima contingenza economica. A seguire tante vicende specifiche di questa o quella società, che, se non si conoscono le dinamiche specifiche, sono davvero difficili da giudicare. Quello che può essere valutato è il solo quadro d’assieme, e non è certo confortante. L’impressione è che si navighi a vista, che ci sia assenza di programmazione tecnica ed economica, e davvero poche idee. La cosa più grave è che in questo modo si disperde un enorme patrimonio tecnico e di esperienze. Perchè poi a pagar dazio sono i tifosi, privati di un qualcosa che li accompagna da decenni, e a seguire giocatori, tecnici, dirigenti operativi, tutti colpiti economicamente e professionalmente».

Si va verso l’unificazione delle “2 A2?. È la scelta giusta, oppure la vecchia B1 aveva un suo perché e una sua funzione?
«Era evidente che Gold e Silver, potendo entrambe tesserare due stranieri, avendo soprattutto il medesimo regime fiscale, non professionistico, sarebbero state accorpate in un unico contenitore. Secondo me è la scelta più logica, spero però che non si trasformi, come sono stati l’obbligo di utilizzo dei giovani e per un certo verso anche i premi per l’utilizzo degli under, in un cavallo di Troia. Soprattutto mi auguro che non si cambi in futuro, e per l’ennesima volta, l’organizzazione dei campionati».

Campionato 2015-2016: Serie A1, A2, poi la Serie B e la C. Come pensi si possano ridistribuire i rapporti di forza dei vari campionati?
«Una A2 a 32 squadre presenta dei valori tecnici inevitabilmente meno equilibrati di una a 16 squadre. Peraltro, credo che ciò induca inevitabilmente ad investire su programmi pluriennali. Alla promozione immediata in Lega A potranno puntare solo 5 o 6 squadre, le altre saranno “costrette” a programmare tempi molto più diluiti. Dovranno vendere al pubblico dei programmi tecnici, inevitabilmente non condizionati dalla corsa alla promozione. E questo mi auguro che possa indurre più di uno a mettere su programmi tecnici simili a quelli che in B1 erano diventati il biglietto da visita di realtà come la mia Sant’Antimo o la Virtus Siena. Adesso operativi in tal senso sono pochissimi, penso a Trieste, Biella, Casalpusterlengo, Jesi, Veroli. Spero quindi che ci sia la possibilità di investire di più e meglio sui giovani italiani. La piramide, dalla A1 alla C, non credo però che possa vedere particolari variazioni “gerarchiche”, la variazione è tutta concentrato sul livello medio/alto».

Hanno ancora senso simili parametri (9.000 euro in A2) se i contratti ormai “pesano” quasi come un parametro a volte? Ha senso mantenere questi “privilegi” in Federazione, mentre tutto il resto del movimento è in larga parte molto vicino al concetto di sopravvivenza?
«Credo che tutti siano d’accordo sul fatto che il meccanismo dei parametri abbia portato a delle obiettive storture. Anche perchè con tutta la scomparsa di società che si sono succedute dal 2008 ad oggi, quello che nel progetto iniziale era l’obiettivo finale, indurre le società, attraverso la prospettiva dell’incasso futuro del parametro di giocatori di formazione propria, ad investire nei settori giovanili, credo che sia, purtroppo, fallito».

Italiani e spazio in campo: quali soluzioni? E soluzioni diverse fra A1 e A2?
«Mi pare che più delle certezze sulle soluzioni, ci sia un preciso punto di riferimento, ovvero i risultati delle ultime stagioni delle nazionali giovanili. Successi come quelli dell’europeo Under 20 o del mondialito di Mannheim. In Lega A, Reggio Emilia e Trento, sono state le società più pronte a raccogliere lo spunto. Significativo che entrambe abbiano un passato recente in A2, ancora più importante che la loro crescita abbia coinciso con quella di giocatori come Cervi, Mussini, Pascolo, Baldi Rossi, Spanghero, e con la pluriennale permanenza di allenatori come Menetti e Buscaglia. Nel caso di quest’ultimo, unico precedente quello di Tanijevic a Trieste a fine anni 80, la società trentina ha avuto il coraggio di riconfermarlo dopo la retrocessione in DNB del 2011, venendo peraltro ripagata da una doppia promozione fino all’A1. Insomma è la programmazione tecnica, più importante di norme regolamentari, obblighi o premi di incentivazione, a pagare di più».

Capitolo Under e premi in denaro relativi. Qual è la tua opinione sullo stato attuale e cosa proporresti in merito?
«Secondo me sono degli strumenti, e non degli obiettivi. E proprio per questo, non possono restare invece confinati in un ambito puramente economico, come un modo per raccattare quattrini. L’esperienza al riguardo è minima, infatti vengono elargiti solo dalla scorsa stagione, ma mi pare che si possa già dire che realtà come Trieste, Treviglio e Casalpusterlengo, peraltro quest’ultima che non li ha percepiti, ma si è rifatta ampiamente con l’evidente valorizzazione dei suoi 95 e 96, siano quelle che li abbiano saputo interpretarli nel senso giusto. Personalmente sono davvero orgoglioso di aver centrato con la Viola, a maggior ragione per averlo fatto in una situazione davvero difficile, senza neppure un campo di gioco a Reggio Calabria, e con un budget davvero ridotto all’osso, il primo posto assoluto nell’utilizzo degli under. 90mila euro, che nella economia di una Silver pesano molto. Ma credo che essere in grado di costruire intorno agli under dei progetti tecnici duraturi, che si nutrano del premio, ma non si limitino a questo, che abbiano respiro pluriennale, sia la strada maestra. Qualcosa che segua insomma gli esempi di Reggio Emilia e Trento, che porti le società a ripercorrerne la loro ascesa».

Parliamo un po’ di te: la tua avventura a Scafati si è conclusa anzitempo. Perchè?
«Eh, bella domanda… diciamo che, coerentemente con quanto detto a caldo, un esonero che giunge dopo solo 4 giornate, dopo neanche 3 settimane di campionato, non meriti tante parole. Credo che il fatto che sia giunto alla prima sconfitta casalinga, con un calendario esterno che ci aveva visto opposto all’ancora imbattuta Treviso ed a Ferrara, ancora di più il fatto che colpisca per la prima volta in 25 anni di carriera un tecnico che ha centrato 4 promozioni, più due ripescaggi, che sempre si sia contraddistinto per la capacità di calarsi nel contesto, risolvere i problemi che gli erano stati sottoposto e gestire panchine, obiettivamente difficili, come quelle di Caserta, Capo D’Orlando, Reggio Calabria, si commenti da solo. Diciamo che forse non si sia valutato la reale portata della situazione, o che non si sia inteso il senso del lavoro che stavo portando avanti. Forse un precampionato da 8 successi in 9 appuntamenti amichevoli, anche con compagini di categoria superiore, ha funzionato nel senso opposto a quello che avrebbe dovuto essere. Ma noi allenatori sappiamo perfettamente che cose di questo tipo possano succedere, e che non ci resta quindi che girare pagina».

Cosa ti rimproveri? E cosa rimproveri, eventualmente, ad altri?
«Per carità nessun rimprovero per nessuno, e nessuna polemica. Ogni società può prendere tutte le decisioni che ritiene più opportune. Ciò che valuto in chiave autocritica è di aver commesso l’errore di pensare di poter bilanciare il non bilanciabile. Tutte cose che già a luglio, mi sembravano di difficile conciliazione. Ma poi, riflettendo su come la scorsa stagione, sempre alla quarta giornata e senza un calendario terribile come quello che era capitato a noi, con il medesimo -1 in classifica inglese, ci fosse Agrigento, poi dominatrice del campionato, anche un rimpianto del genere finisce col perdere significato. Perchè a due punti in classifica e solo quattro giornate alle spalle, l’obiettivo della nona piazza, quello che mi era stato richiesto, e commisurato alle reali potenzialità della squadra, era assolutamente perseguibile».

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