Buon Compleanno Oscar Schmidt

Compie oggi 60 anni il più devastante attaccante degli anni ’80, la “mano santa” Oscar Schmidt.

di Massimo Tosatto

Quanto ti abbiamo odiato, Oscar Schmidt.

Quando cominciasti a crivellare le retine all’inizio degli anni ’80, non avevamo visto mai nulla come te. Arrivasti in quel di Caserta circondato da quel pregiudizio che si possedeva nei confronti di chi non fosse slavo, portato da un GM geniale e da un presidente disposto a tutto pur di sollevare la sua squadra.

Ti abbiamo odiato perché, sotto sotto, ti ammiravamo. Non avevamo davvero mai visto uno come te. E non potevi essere altro che un giocatore cresciuto da solo, con una volontà forsennata di diventare quello che volevi dentro di te. Nessun allenatore poteva davvero allenare il tuo istinto.

Tutti avrebbero allenato i fondamentali da manuale, dicendo cosa fare e cosa non fare, e tra le cose da NON fare avrebbero messo sicuramente NON tirare da nove metri appena libero.

Peccato che la tua educazione ti avesse insegnato a fare quel che volevi e una ragazza volenterosa, e innamorata, accettasse di passarti ogni giorno la palla qualche migliaio di volte, rendendoti la macchina da punti più feroce del decennio.

Certo, è strano che tu sia arrivato a Caserta. C’erano piazze più importanti. Addirittura, il Real avrebbe potuto prenderti tra le sue fila e farti vincere quello che non hai mai vinto. Ma l’affollato albo dei campioni del Real ti avrebbe affogato in una foto di gruppo in cui il tuo viso sarebbe emerso a malapena. A Caserta hai vinto un amore incondizionato di gente che ti sente come “suo”, non la smorfia del tifoso abituato bene, che ti mette in fila tra Babender e Herreros.

E il tuo culto, alla fine, ha tutte le ragioni. Quando, nell’84, si introdusse il tiro da tre in Italia, a 6,25, più vicino che nella NBA, tu tirasti 191 volte in 40 partite. Per fare un paragone, quello che ne provò di più nella NBA fu Darrel Griffith, che arrivò a 257 in 82 partite, quindi poco più di 3 a partita. L’anno dopo tirasti 348 volte da tre. Larry Bird, 193 in tutto l’anno.

Questo significa qualcosa di più che essere un grande tiratore, questo significa essere dieci, venti anni avanti.

Perché la verità, diciamolo, è che non ti capivamo. Forse solo Bosha ti capiva davvero, lui che aveva già allenato Delibasic e dopo tirò fuori Bodiroga e insomma, non si tirano fuori sempre grandi giocatori per caso, lui capì che doveva lasciarti tirare da tre. E questo cambiò tutto, rivoluzionò tutto.

Pensare che in quegli stessi anni c’eravate tu e Drazen Dalipagic in campo in serie A1, fa venire il mal di testa. Avevano un bel parlare della difesa, sì, la difesa. Chi se ne importava della difesa? Non che non difendessi, ma parlare di attacco e difesa non ha senso per un basket come il tuo. Possiamo parlare di attacco e difesa per il giocatore che ha bisogno di istruzioni per stare in campo, tu non ne avevi bisogno.

https://neverendingseason.wordpress.com
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Uscivi sull’arco e palla a te, difensore tranquillo e tan! Canestro. La finale dell’87 ai giochi panamericani dice tutto. Uscivi sull’arco con i blocchi granitici di Israel, prendevi da oltre l’arco e canestro sicuro, con i ragazzotti americani che facevano ancora degli schemi da anni ’50 e il povero Denni Crum che non sapeva nemmeno il tuo nome, prima.

Certo ci sono stati i momenti difficili: il canestro sbagliato contro l’URSS nell’88, che ti precluse una rivincita con gli yankee. Le tante finali perse in Italia. La finale di Coppa delle Coppe contro il Real, tu a 44 punti e Drazen a 62. Hai un bel dire che si difendeva poco, contro due come voi cosa volevi difendere?

Il campionario dei tuoi movimenti era completo. Tiro da tre, penetrazioni, spalle a canestro, post basso, alto. Come succede per i grandi attaccanti, quando avevi la palla in mano, cosa poteva fare il difensore? Contro COSA poteva difendere?

Se stava vicino per il tiro, entravi. Se ti lasciava mezzo metro, tiravi. Chiaro che poi a un’alzata di sopracciglio, tutta la difesa si spostava. È che non sai davvero che cosa fare, certe cose non le marchi. Non puoi marcare l’immaginazione, l’idea, la pagina bianca non scritta.

Non marchi un poeta, non marchi un filosofo, non marchi un pittore. Puoi solo guardarli fare il proprio lavoro, provare a opporti, ma è un po’ come fermare il vento, sovrastare una foresta, bloccare l’inondazione.

Non eri per le grandi squadre del tempo. Dobbiamo ammetterlo. Gente come te e Dalipagic non la volevano. Potevano accettare Drazen Petrovic, al Real, Bob Mc Adoo a Milano, ma con Peterson. Dawkins a Torino con Guerrieri. Ma quelli come te non si inquadravano, assolutamente no.

Il Brasile sì, con Ary Vidal in panca, ti accoglieva a braccia aperte. E non importava che tirassi tanto, a nessuno importa un tiro in più, se arriva dalle mani giuste.

Dopo, molto dopo Caserta, quando a quasi 50000 punti hai finito la carriera, hai battuto anche un tumore. E hai dimostrato che le vittorie passano, i nomi dei vincitori non li ricorda nessuno, ma la grandezza rimane scolpita, e la tua è vera grandezza.

Non ce ne rendevamo conto al tempo. Non vedevamo quanto fossi avanti. E come tutte le cose belle ti abbiamo lasciato passare come se ce ne fossero altre, dopo.

Invece no, altri come te no.

Auguri campione.

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