A volte ritornano: Jaime Smith e Maarty Leunen

A volte ritornano: Jaime Smith e Maarty Leunen

C’è una pallacanestro che lotta per uscire dal blocco del Covid19 e degli uomini che decidono di tornare nel luogo dove si sono sentiti a casa: Jaime Smith e Maarty Leunen a Cantù

di Carlo Perotti
Jaime Smith

C’era una volta una pallacanestro italiana che era ai vertici del movimento europeo dove arrivavano prime scelte assolute NBA, si portava a casa almeno una coppa europea ogni anno facendo gongolare sponsor ben felici di investire nelle squadre tricolori cosicché si ammiravano atleti in pura simbiosi coi colori della propria squadra dai Kenney ai Marzorati, da Chuck Jura a Magnifico o Villalta.

C’erano addirittura americani che imparavano perfettamente l’italiano, anche perché nello spogliatoio nessuno – coach o compagno – si sognava di parlare in inglese e lo imparavano così bene da arrivare a parlare il brianzolo stretto, innamorarsi di una dolce fanciulla locale e non tornare più negli Usa come fece Robert – detto Bob – Lienhard che dalla metropoli per eccellenza di New York si fermò per sempre a Cantù. Oppure come un altro Bob, Morse di cognome, che si innamorò talmente tanto della cultura italiana che una volta tornato negli States si prese una (terza!) laurea in letteratura italiana con una tesi basata su un racconto di Piero Chiara e poi si mise ad insegnare la lingua di Alighieri ed Italo Svevo in un college a stelle e strisce.

Negli ultimi vent’anni quante storie avete sentito di questo tenore? Poche. A parte qualche giocatore che innamoratosi e sposatosi con una ragazza italiana ha poi deciso di sposarne – almeno in parte – la sua cultura, gli ultimi esempi sono Alex Acker o Jeff Brooks. Forse non a caso con donne brianzole pure loro…

C’era una volta… e che malinconia pensando alla pallacanestro odierna che lotta per uscire dalle paludi di un mondo in epoca di Covid 19 e lo fa con un mercato frizzante e non solo con le due nobildonne milionarie Olimpia e Virtus ma pure con realtà più proletarie come Brescia e Fortitudo. Una pallacanestro che aspetta le mosse di un governo che alterna coraggio – di facciata o vero che sia – ad immobilismo ed invece non prende spunto dall’enorme catastrofe per uscirne più forte con idee rivoluzionarie e nuove – poiché dopo una grande Depressione ci sta sempre bene una bella Rivoluzione – per invece impelagarsi con la ectoplasmatica promozione a tavolino della Torino sardo-ottomana e con un immobilismo restauratore alla Von Metternich che lascia presagire il ritorno dell’Ancien Régime.

Smith a Firenze

Eppure… eppure anche dal più grigio Congresso di Vienna rinasce in fondo il Romanticismo con quel suo “conservare progredendo” ed allora di nuovo in una Cantù che rinasce inesorabilmente, guidata dallo spirito cattolico e tenace delle sue genti laboriose, dalla inizialmente eccitante e progressivamente scioccante dominazione dell’Ottobre Rosso ecco arrivare un paio di storie romantiche che ci riconciliano con l’amore per il Bel Giuoco della Pallacanestro.

Tornano così non uno ma ben due figliuoli prodighi che hanno fortemente voluto tornare in quella città in cui hanno creato legami ed affetti che vanno ben oltre al mero professionismo: James Elliott Smith e Maarten Arthur Leunen o più semplicemente ed affettuosamente Jamie e Martino.

Il play da Birmingham, Alabama in un solo anno – caotico ma affascinante con uno spogliatoio bollente, un presidente latitante e l’unico coach filosofo d’Italia Marco Sodini a tener assieme il tutto con saggezza, visse una commovente unione spirituale con la tifoseria fra osti/confessori e mamme/chiocce pronte a coccolarsi un ragazzo dotato di un’educazione d’altri tempi ed una gentilezza naturale. Poteva andare altrove dove avrebbe preso più soldi o dove avrebbe potuto disputare quelle coppe europee che negli anni sono diventate un “must” per i giocatori d’oltreoceano ma Smith alla fine ha scelto di tornare proprio dove si era sentito a casa.

Martino

Sì ma se Jaime è nel pieno della sua carriera ed un contratto biennale conferma la fiducia che ha deciso di riporre nella società del nuovo presidente Roberto Allievi, il discorso di Martino è un poco diverso: a quasi 34 anni la prospettiva di giocare minuti di qualità – e la parola qualità ben si combacia con l’effige del rosso di Redmond, Oregon – senza gli strapazzi dei viaggi e dei minuti supplementari di gioco di una coppa europea è ben accetta da Leunen che nel corso della sua carriera professionistica ha, per cultura personale, giocato spesso e volentieri da infortunato senza mai lasciar sola la sua squadra e quando non ci poteva arrivare col fisico Maarty ci è sempre arrivato con l’intelligenza cestistica – non a caso lo chiamano The Brain o Il Professore – tanto che l’invecchiamento dell’atleta non preoccupa troppo sin quando potrà garantire una ventina di minuti di qualità ed esperienza al servizio di atleti più freschi ed esuberanti come Kennedy, Donte Thomas o Baheye. Ma alla fine perché Cantù? Perché Leunen e la sua numerosa e simpatica famiglia hanno sempre ritenuto Cantù la loro seconda Casa “quella di Papà” per i suoi figli e la possibilità di poter rivivere questa familiarità è stata irresistibile per un uomo che ha fatto della sua famiglia un motivo di vita. Reciso il cordone che lo legava alla Fortitudo si attende ora solo l’ufficialità del ritorno dell’amato Martino.

Ma non a caso – ci permettiamo di ipotizzarlo – queste due scelte sono venute in un mondo devastato da un morbo invisibile e mortale, il bisogno di sentirsi bene e protetti in un luogo non solo di lavoro ma bensì familiare, un posto dove ci si sente amati e protetti può esser stata un’ulteriore spinta nella scelta di due giocatori che non sono solo atleti ma soprattutto uomini e sentono l’atavico bisogno di sentirsi protetti in una comunità proprio quando il mondo ci chiede di chiuderci da soli nelle case, lontano dagli affetti e magari da anziani parenti lasciati soli al loro destino, un mondo alieno che va contro alle esigenze umane.

In questo mondo affetto dal Covid19 il sentirsi comunità ed il sentirsi protetti vanno oltre ad ogni altra considerazione economica o professionale e dovremmo ricordarcelo tutti.

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