Caserta: la fine di un progetto, non l’inizio di un altro

Caserta: la fine di un progetto, non l’inizio di un altro

La fine di Caserta porta alcune riflessioni su cosa sia stata la squadra per il basket italiano. Ma deve far riflettere: è giusto dare in automatico quel posto a una squadra appena retrocessa? Non ci sono altri modi di selezionare una squadra di A? Magari un progetto, un piano a lungo termine, o puntiamo solo a sopravvivere?

di Massimo Tosatto

L’anno 1983 vide l’arrivo della Juve Caserta in serie A1 di basket. Non che fosse inattesa, come salita. In A2, quell’anno, la Juve schierava Moka Slavnic, leggendario play slavo campione del mondo, Oscar Schmidt, il cecchino brasiliano, e in panchina Boscia Tanjevic, che aveva vinto la coppa dei Campioni con il Bosna Sarajevo di Delibasic.

Difficile capire come fossero capitati a Caserta, una piazza allora senza storia. Difficile, se non si conosce il carattere mercuriale e pieno di autostima del presidente Maggiò, un dirigente sportivo e imprenditore capace di smuovere le montagne con la sua voglia di fare. Nel 1982 costruì il palazzetto dello sport poi dedicato a lui, in appena 100 giorni. Un gioiellino che dopo 35 anni è ancora lì a testimoniare la passione per lo sport di un uomo unico.

Caserta non si sedette educatamente al tavolo della A1, fece nell’unico modo in cui si poteva fare: reclamò, gridò, sgomitò, mentre il presidente Maggiò batteva i pugni sul tavolo e il GM Giancarlo Sarti scovava talenti ovunque.

Quello che accadde a Caserta allora rientra giustamente nei canoni di una leggenda. Caserta si giocò ogni anno le sue carte, dietro i canestri di Oscar, la regia illuminata di Gentile e una città  in simbiosi con questa squadra, che scopriva un’altra anima rispetto a quella della terra sempre in crisi da cui si fuggiva.

I titoli la elusero a lungo. Caserta giocava bene, ma in finale perdeva, come se quelle sconfitte ricordassero il destino subalterno della sua terra. Il merito dei grandi, però, consiste nel non arrendersi, e Caserta non si arrese.

Dopo una prima finale scudetto contro Milano, la squadra dominante degli anni ’80, e una Korac e una Coppa Italia perse la prima contro Roma e la seconda contro la Virtus Bologna, nell’88 arrivò la prima vittoria: una Coppa Italia contro Varese. Nella stagione successiva, una cavalcata esaltante portò Caserta in finale di Coppa Coppe contro il Real Madrid di Drazen Petrovic.

Quella finale è, a tutt’oggi, una delle cose più belle mai viste su un campo da basket. Oscar, Gentile ed Esposito da un lato, Petrovic  e Biriukov dall’altro, diedero vita a uno scontro leggendario, finito in parità  nei tempi regolamentari, con un fallo non fischiato di Biriukov su Gentile. Il Real vincerà  quella finale, perpetuando il destino perdente di Caserta in finale, ma rinsaldando la leggenda di una squadra a cui mancava sempre pochissimo per vincere.

Caserta-Trento tifosi BI

Nel frattempo Franco Marcelletti era subentrato a Tanjevic, e nel 1990 Oscar lasciò la squadra. Difficile trovare un altro divorzio tanto doloroso nella storia del basket. Oscar era bollato come un perdente, ma un giocatore come lui, che da solo aveva portato Caserta agli onori del basket nazionale, era in realtà  un vincente straordinario, uno di cui ancora oggi si raccontano le imprese nelle partite importanti.

Ma il 90-91 portò anche la vittoria in campionato, in una gara-5 a Milano, con Esposito a festeggiare su una barella per il ginocchio rotto nei primi minuti del secondo tempo. Difficile raccontare il significato di quella vittoria. L’unica squadra del vero sud a vincere, di una Campania profonda, che si era costruita con le proprie mani, lontana dai grandi centri. Giovanni Maggiò se n’era andato qualche anno prima, ma il suo spirito aleggiava in quella squadra e in quei colori.

Gli anni successivi raccontano di immersioni ed emersioni, affondamenti e rinascite, in un basket italiano incapace di creare una base per le proprie squadre. I dettagli importano poco, come importa poco la ragione per cui Caserta sia stata ancora una volta cancellata dalla coscienza del basket italiano. Ma la fine, attuale, di Caserta, deve farci riflettere.

Intanto, una squadra importante del nostro basket è stata persa. Questa squadra sta per essere sostituita, come avvenne anche a lei, dalla retrocessa di quest’anno, cioè Cremona. Fin qui nulla di sbagliato. Ma c’è un problema.

Si sceglie di nuovo una squadra retrocessa, come se la sconfitta alla fine desse un diritto supplementare. Poi, si sceglie una squadra di una regione che ne ha già quattro in A (Varese, Milano, Cantù e Brescia), mentre alla Campania ne resterebbe una.

Molte regioni non hanno squadre. Liguria, Umbria, Basilicata, Calabria, Sicilia, Friuli, Abruzzo, Lazio, si gioverebbero di una squadra in A molto più della Lombardia. Perdiamo una squadra importante, ma non ne acquistiamo un’altra, lasciamo che un territorio si svuoti e non ne approfittiamo per rimettere a quel posto una squadra che possa portare nuova passione.

Non si può pensare a una squadra che già si conformi al requisito minimo di 5000 posti in A? Non si può fare una scelta basata sull’esigenza, che dovrebbe essere fondante, di comunque coprire un’area lasciata scoperta, invece di, nuovamente, regalare una squadra a una regione già sovraccarica? E non si può pensare di metterlo all’asta, di richiedere la presentazione di un piano a più anni che garantisca la sopravvivenza di un progetto a lungo termine?

Queste domande sono destinate a cadere nel vuoto, lo sappiamo. Difficile che una Lega dagli equilibri sottili, in cui le squadre piccole hanno un oggettivo interesse a restare in una serie A senza averne le forze, su progetti fragili, non ostacoleranno il ritorno di una squadra in automatico. Faranno, come sempre, il loro interesse e non quello del movimento.

E intanto abbiamo perso una piazza importante, una di quelle che sono la base, vera, del nostro basket. E anche le ragioni per cui l’abbiamo persa, per cui un palazzetto da 7000 posti non basti a tenere una squadra in A, non sono indagate o capite. Tutti sempre concentrati sul proprio ombelico, sullo sbranare un cadavere stantio, senza fare un piano di lungo periodo, con scelte difficili.

In attesa che il corpo della prossima Caserta ci passi davanti, quando ormai è troppo tardi.

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