Domenica la festa dei Forever Boys: 35 anni di amore per la Virtus

di La Redazione

Cinque anni fa, si inventarono una coreografia che raccontava in una frase la loro breve eppure intensa storia. “I migliori anni della nostra vita”, ed erano già trenta. Il trentacinquesimo lo festeggeranno domenica alla Unipol Arena, prima e durante la partita contro Reggio Emilia, e la squadra si farà in quattro anche per loro. Per i Forever Boys. Per questi ragazzi cresciuti con cuori bianconeri, con lo spirito del “sempre e comunque, Forza Virtus”, in casa e in trasferta, “nella buona e nella cattiva sorte”, perché il loro matrimonio è fatto di amore duro e puro dal primo momento, e da quel 1979 così vicino e così lontano.
Si chiamarono da subito Forever Boys Virtus. Erano, all’inizio, un gruppo di amici che si dimostrarono bravissimi a fare proseliti, a coinvolgere. Scelsero una tigre, per il loro vessillo. L’hanno salutata quindici anni più tardi, nel 1994, optando per il bulldog che ancora oggi rappresenta la loro storia. Insieme al bandierone nero, nato nello stesso anno, che vent’anni dopo è sempre lì, testimone di una fede. Ci vollero tre giorni e tre notti per assemblarlo, con i suoi cinquanta metri di base per trenta di altezza. Un atto d’amore, quell’amore che i Forever hanno scritto a grandi lettere su quell’immenso vessillo. Virtus.
Perché gli anni passano, i ragazzi diventano uomini, padri e madri di famiglia, ne arrivano di nuovi a cui raccontare una splendida storia, ma gli ideali restano gli stessi. Essere gruppo, ovvero lavorare, condividere progetti e idee e farlo tutti insieme. Loro la spiegano così: “Significa avere vicino persone che ti aiuteranno a rialzarti in ogni momento difficile… significa avere persone con cui condividere le gioie… significa avere persone di cui ti fidi al cento per cento… significa vivere lo stesso sogno tutti insieme…”. I migliori anni della nostra vita, appunto.
Hanno fatto trasferte in “quattro gatti”, altre che sono state esodi epocali, come quella di Barcellona, alla Final Four di Coppa Campioni in cui tra voli charter e pullman strapieni riuscirono a portare circa 1200 persone all’appuntamento. E fu un appuntamento con la storia e la gloria.
Hanno passato splendide notti insonni, a chiacchierare di vita, di Virtus e di basket, quando negli anni Ottanta per restare uniti a palazzo era necessario fare file di ore e ore per abbonarsi, perché una volta chiusa la campagna trovare biglietti era un’impresa. E allora, sono sempre loro a raccontare, “erano notti passate fuori da casa, in cui ci si arrangiava per passare la notte all’aperto; erano le file gestite grazie a bigliettini numerati, consegnati in ordine di arrivo, e l’appello fatto ogni ora per verificare la presenza delle persone. Prendevamo i tavolini dai bar vicini e così, in compagnia, a passare la notte, dopo il famoso torneo Battilani, che segnava l’inizio della nuova stagione”.
Hanno odiato, nei primi anni Novanta, un ragazzo pieno di talento che faceva soffrire la loro Virtus con la canotta del Partizan, senza immaginare che sarebbe diventato il loro idolo e il loro Zar. Senza sapere che sarebbe diventato il “loro” Sasha Danilovic. “Durante il nostro primo incontro, alla sua presentazione, avemmo modo di confrontarci su ciò che successe durante la partita contro il Partizan; Sasha non chiese scusa, ma ci disse di aspettare di vederlo in campo con la maglia della Virtus, sicuro che ci saremmo innamorati di lui”.

Hanno gioito ed hanno sofferto con e per la Virtus, battendosi in prima fila nell’anno terribile, il 2003, sostenendo il lavoro che stava portando avanti la società con gesti e campagne di sensibilizzazione: dal sit-in ad oltranza davanti alla sede dell’Arcoveggio, il 7 luglio, alla manifestazione in piazza Maggiore del 9 agosto, fino alla trasferta più amara della loro storia, quella di Roma il 31 agosto.
Hanno riso ed hanno pianto, hanno condiviso e coltivato valori, hanno stretto amicizie nel nome di uno sport che appassiona e affratella. Nel nome della Virtus. Domenica tagliano il traguardo delle trentacinque primavere, un momento di festa e forse di riflessione per ripartire come nulla fosse accaduto, ripartire da subito verso chissà quanti altri compleanni. In nome e per amore della Virtus.

“Quanti chilometri e quanti ostacoli.
Sempre con voi.
Forever Boys”.

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