[ESCLUSIVA] Jordan Morgan: “Era da tanto che non mi sentivo così bene. De Raffaele? Ha qualità rare, conosce il gioco e si prende cura dei suoi giocatori”

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jordan morgan

Abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con Jordan Morgan, centro dell’Umana Reyer Venezia. Ci ha parlato del suo rapporto con coach De Raffaele, dei suoi trascorsi in Italia per finire a raccontarci della sua fondazione.

Ciao Jordan e grazie per il tempo concesso. Prima di tutto, come stai, a che punto sei e come ti sei ambientato qui Venezia? Navigando sui social mi sembri “innamorato” di Venezia…

Sto bene, il mio corpo sta bene, mi sento forte ed sono molto contento di questo, perché era da tanto tempo che non avevo questa sensazione. Parlando della città ci sono pochi posti più belli di Venezia, nel senso che io e mia moglie ci andiamo appena ne abbiamo la possibilità e il più possibile, perché ci sono così tante cose da vedere. Ci sentiamo molto fortunati a essere qui.

Tu sei arrivato a campionato in corso, quando la Reyer era in un momento di flessione. Dopo la sconfitta con Varese qualcosa è sembrato essere scattato. Il gruppo si è compattato e da lì siete partiti con la serie di successi che vi ha portato ai playoff.

Ci sono stati tanti fattori, infortuni e il Covid. Non abbiamo quasi mai avuto la possibilità di allenarci al completo. Poi ci comunque ci sono tante nuove “addizioni”. È chiaro che ci sono giocatori che sono qui da tanti anni, in particolare Bramos, Watt e Stone. Però con tanti nuovi giocatori ci sono anche tante nuove personalità, quindi tante nuove situazioni da adattare.
La cosa che però ho percepito, e che di cui era ben conscia tutta la squadra, è che a gennaio non è il momento di andare in panico perché non arrivano i risultati, perché a gennaio non si vincono i trofei e la stagione è ancora lunga, per cui c’è ancora molto tempo per lavorare. E noi questo tempo l’abbiamo sfruttato per giocare e unirci, e adesso si vedono i risultati del nostro lavoro e della ricerca di essere un’unità
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Faccio un passo indietro, il giorno della tua presentazione hai detto che hai parlato con Walter De Raffaele e che sono bastate poche parole per trovarvi sulla stessa linea. Com’è lavorare con lui, e cosa puoi dare tu alla squadra nel suo sistema?

Prima di tutto volevo dire che ho grandissima stima per Walter, perchè conosce tantissimo la pallacanestro, apprezzo un sacco il fatto che la studia e che applica la sua tattica di volta in volta. C’è un grandissimo lavoro su ciò che deve fare la squadra e in relazione a chi andiamo affrontare. E’ una qualità molto rara e che ho trovato in pochi altri allenatori con cui ho lavorato. Questo sicuramente porta grandissimo rispetto, ancora di più per il fatto che Walter si prende cura dei suoi giocatori. Si prende cura e li comprende prima di tutto dal punto di vista umano cercando di capire di cosa hanno bisogno. Non è un allenatore che urla, che sbraita. Quando finisce il suo lavoro, ovvero la parte del campo, non finisce di certo il suo lavoro, no! Lui cerca di capire i giocatori e di prendersi cura di loro anche fuori dal campo. E questa è una cosa fondamentale ed è il motivo per cui tutti noi lo rispettiamo.

Per quanto riguarda quello che devo dare alla squadra non mi importa quanti minuti devo giocare. Mi importa vincere, quindi fare le giocate o creare delle situazioni che siano utili alla squadra, che può essere giocare in maniera solida, fare pochi errori, creare, portare energia, fosse anche soltanto facendo una schiacciata.

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Insieme a te è arrivato Theodore. Avete un gran rapporto sia in campo che fuori: pensi che lui, essendo comunque un giocatore di forte personalità, possa dare una spinta ulteriore in fase di play off?

Sì, ma non c’è solo lui. È chiaro che lui sicuramente farà grandi giocate, ci darà una grossa mano e che magari farà anche crescere la squadra. Ma lo faremo tutti. Dovremmo fare un passo in avanti perché sono i playoff e tutti noi dobbiamo crescere. Tutti noi dobbiamo dare quel qualcosa in più.

Che ricordi hai dell’Italia ai tempi della Virtus Roma?

Roma è sempre un ricordo particolare per me. Sicuramente ho il ricordo che ero comunque un po’ timoroso dell’esperienza, perché era la prima volta che uscivo dall’America, la prima volta che facevo un campionato professionistico lontano da casa. E’ uno shock per tutti noi americani, quando per la prima volta affrontiamo un campionato europeo. Però devo dire che è stato anche uno “shock” dal punto di vista dell’emozione, perché mi sono ritrovato in una città meravigliosa e in posti che conoscevo già, ma che poi potevo visitare quotidianamente come il Vaticano, come il Colosseo. Me la sono goduta tanto con con la mia fidanzata, che adesso è mia moglie e abbiamo veramente ricordi speciali di quell’esperienza.

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Hai una tua fondazione, la Jordan Morgan Foundation: mi racconti un po’ di cosa si tratta?

La mia fondazione è a Detroit, esiste da 7 anni e la gestisco con i miei familiari, i miei amici e tanti volontari. La utilizziamo perlopiù per raccogliere fondi per poter aiutare la nostra comunità. Vogliamo dare ai bambini un’opportunità sociale di vita che possa “salvarli dalla strada”, con la possibilità di partecipare a programmi che li possano integrare nella vita quotidiana. Dobbiamo provare a dargli qualcosa che normalmente non avrebbero, vista la loro situazione.

Grazie all’Umana Reyer Venezia per la solita disponibilità e a Jordan per la piacevole chiacchierata.

Alla prossima…e good luck for the playoff!

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