[ESCLUSIVA] Michele Vitali: “A Venezia c’è un’organizzazione pazzesca. Tokyo 2020? Emozioni da brividi forti”

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FIBA.com

Abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con uno dei nuovi arrivati in casa Umana Reyer Venezia: dalle esperienze all’estero, passando per l’estate pazzesca in azzurro fino all’arrivo in orogranata grazie ad una telefonata di coach De Raffaele.

Ciao Michele, grazie per la tua disponibilità e “bentornato” in Italia. Dopo le esperienze all’estero, la prima in ACB, e poi l’anno scorso in Bundesliga: mi puoi dire cosa ti hanno lasciato a livello sia umano che sportivo?

Entrambe mi hanno lasciato tanto, sono state due esperienze simili, ma diverse. Ad Andorra era la prima, andavo senza sapere cosa aspettarmi, lasciavo una situazione che per me era casa (Brescia) però avevo voglia di confrontarmi con un grande campionato di rimettermi in gioco e di uscire anche dalla mia confort zone e di avere una sfida nuova a un livello molto alto. E lì ho imparato a cercare di farmi trovare sempre pronto. In Spagna ti può capitare che in una grande squadra con roster molto profondi giochi una partita tre minuti, magari senza apparente motivo, e magari tre giorni dopo ne giochi venti.

Semplicemente ti devi far trovare pronto perché in quella partita serve un giocatore con determinate caratteristiche e quella dopo un altro. E’ stata una grande esperienza anche se non senza difficoltà, non te lo nego, ma come è normale che sia. Alla fine però è stata molto bella perché mi ha lasciato veramente tanto sia dentro che fuori dal campo, per inserirmi in un contesto nuovo, anche se simile a quello italiano.

Anche la Germania mi ha lasciato tantissimo, è stata un’esperienza veramente bella, proprio bella. Me lo aspettavo per esempio come un campionato prevalentemente fisico, invece è stato molto divertente perché era molto tecnico anche con diverse tipologie di allenatore. Potevi trovare l’allenatore italiano con la tipologia di basket all’italiana, oppure passavi da un allenatore spagnolo e ad uno tedesco con le loro caratteristiche, e questo è divertente.

Chiaramente non abbiamo potuto vivere bene l’ambiente causa covid, infatti lì non abbiamo mai giocato con il pubblico. Nonostante le chiusure è stato comunque bello, dalle piccole cose alle piccole conoscenze, anche lì ho imparato che ti devi far trovare pronto in qualsiasi momento, e questo mi ha arricchito tantissimo. I tifosi li abbiamo visti due volte prima delle partite dei play off, ci hanno aspettato all’ingresso per caricarci e ringraziarci. Ed è stato bello perché anche solo con questi due episodi percepivi la passione che c’era a Bamberg. E’ stato un grande rammarico non averla potuto vivere a pieno.


Ti chiedo, avendola affrontata anche da avversario, com’è visto, anche a livello europeo, il mondo Reyer?

Guarda, io vedevo da fuori una cosa che era incredibile, cioè vedere l’organizzazione che aveva, sia in campo che fuori. Poi chiaramente parlando con amici e persone che fanno parte di questo ambiente, o che ne hanno fatto parte, me l’hanno confermato tutti.

Ma la cosa bella che proprio percepivi – parlando a livello di gioco – è che vedevi una squadra organizzatissima, sapeva cosa doveva fare. Poi le cose potevano andare bene o male, ma non andava a caso, andava li con un’idea. E questo è quello che ho esattamente trovato qui adesso, un’organizzazione pazzesca, certo non sta me a dirlo, ma parlano i risultati soprattutto degli ultimi anni.

Quando sei stato presentato hai detto che ti è bastata una telefonata di De Raffaele: che tipo di rapporto c’era prima di arrivare qua e che rapporto si è creato adesso?

Mi è bastata una telefonata perché ci siamo detti le cose molto chiaramente, quello che magari lui si aspettava e che voleva da me, gli obiettivi della squadra, quindi provare a competere al top, ed è quello che ha combaciato con i miei stessi obiettivi. Prima non lo conoscevo, ma c’era grande stima per quello che ha fatto, adesso si è creato un bel rapporto perché ci si dice le cose schiette, se mi deve “cazziare mi cazzia”, ma poi finisce lì.

E’ fatto tutto con uno scopo positivo per aiutarmi a crescere, ed è una cosa che apprezzo molto.

Michele Vitali

La Reyer mai come quest’estate ha cambiato tanto a livello di roster, ma vedendo le prime partite sembra però che giocatori come te e Jeff Brooks siate qua da sempre. Quanto c’è di vostro e quanto c’è da parte dell’ambiente?

“Sicuramente c’è tanto dell’ambiente perché ci hanno aiutato molto nell’inserimento, soprattutto nelle piccole cose. Tante persone e tanti giocatori li conoscevo già e quindi un po’ mi ha facilitato. In campo si cerca di parlare tutti la stessa lingua.

Noi “nuovi” dobbiamo essere bravi e svegli cercando di arrivarci il prima possibile, anche se per adattamento, quando cambi squadra e arrivi in un posto richiede sempre del tempo. Noi vogliamo provare a farlo nel minor tempo possibile, ma per farlo nel migliore dei modi serve anche un grande aiuto da parte di tutti. E qui c’è, senza dubbio!

Ti sei fissato degli obiettivi personali particolari?

L’obiettivo personale è quello che combacia con la squadra, ed è quello di provare a competere al top in tutte e due le competizioni. Non è facile perché ci sono tante squadre forti e tante squadre possono essere delle sorprese, ma il bello di questo sport è che parla sempre il campo.

Una domenica può cambiare tutto quindi bisogna essere bravi a cercare di non avere up & down, soprattutto mentali. Cosa che può capitare perché chiaramente siamo uno sport fatto di reazioni. Il rischio è quello di farsi trascinare dalle emozioni, positive o negative che siano. Secondo me bisogna sempre cercare di trovare un equilibrio, soprattutto quando le cose vanno male, anche perché quando vanno bene è più facile andare avanti.

Il mio obiettivo è quello di tutti: provare ad arrivare fino in fondo nelle due competizioni, e provare a giocarcela con tutti.

Hai avuto un’estate “travagliata” tra PreOlimpico, matrimonio, Olimpiadi e altro, ma l’immagine forte che resta impressa è sicuramente quella di Tokyo 2020. Vorrei sapere qual è il tuo ricordo più bello ed il più brutto.

Guarda è stata un’estate pazzesca, sono successe talmente tante cose in rapida successione, e non essendomi mai fermato dopo Tokyo, quando magari mi soffermo un attimo a pensarci, dal Preolmpico, a come è arrivata lì la vittoria, tornare da Belgrado e sposarmi, il giorno dopo ripartire, poi Tokyo…Ho ancora tutto dentro impresso da rielaborare.

Come momenti, forse il più emozionante è stata la cerimonia d’apertura, è stato un qualcosa di incredibile anche se senza pubblico. E’ stata la mia prima Olimpiade, però parlando con gli atleti che avevano già partecipato, ti spiegavano come funzionava negli anni passati quando chiamavano la nazione e che scoppiava il boato pazzesco.

Però io ho provato delle emozioni incredibili durante tutta la presentazione, dall’ingresso, la sfilata, poi nel momento in cui la fiaccola si è accesa allo spettacolo con i droni nel cielo che è stato veramente da brividi forti.

Il più brutto non ti dico l’eliminazione la Francia, è chiaro che c’è rammarico perché siamo arrivati ad un tiro per avere ottime possibilità di andare avanti e fare un qualcosa di storico. Però non ti posso dire che è stato il momento più brutto perché abbiamo vissuto tutto in una maniera incredibile.
La cosa più bella secondo me è stata che, nonostante tanti momenti di difficoltà, dal Preolimpico dove la prima partita eravamo sotto di 15, alla finale, dove la Serbia aveva preso un parziale di 10 a 0, fino alle partite dell’Olimpiade: è la voglia e la fame che avevamo tutti quanti.

La reazione ad un canestro di talento, ad un tuffo, ad una semplice difesa, a fare tutti un qualcosa in più per un obiettivo che era talmente grande, talmente sopra di noi che non importava l’aspetto individuale, ma quello che portavamo a casa con il lavoro di squadra.

Quindi faccio fatica a dirti un un ricordo brutto perché l’abbiamo vissuta talmente tanto a pieno che è stata un’esperienza unica e bellissima.

FIBA.com

Si riusciva comunque a percepire che da casa erano tutti con voi?

Si, nonostante le tante ore di differenza. Era bello perché avevi questo feedback dall’Italia e si percepiva che la gente capiva la voglia e il cuore che buttavamo in campo, al di sopra della situazione tecnica. Quello lo percepivamo ed è stato veramente molto bello.”


Chiudo con un’ultima curiosità: c’è qualcuno dei tuoi nuovi compagni che ti ha impressionato sia per il modo di lavorare che per il carisma?

Guarda, chiaramente a me piace confrontarmi con giocatori nel mio ruolo, e purtroppo non ho ancora avuto la fortuna di farlo, però Michael Bramos è un giocatore da cui – e mi ricordo già ai tempi di Brescia quando si lavorava individualmente – si prendeva spunto come usava le uscite dai blocchi e altre situazioni.

Quindi spero il prima possibile di riuscire a confrontarmi con lui anche sul campo e cercare di imparare, e non solo a parole come fatto purtroppo finora.

Grazie all’Umana Reyer Venezia per la disponibilità e a Michele per la chiacchierata, alla prossima. E buona stagione!

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