Gianmarco Pozzecco e l’ennesimo bel canestro col libro “Clamoroso”

È uscito da pochi giorni il libro di Gianmarco Pozzecco “Clamoroso: la mia vita da immarcabile” edito da Mondadori e scritto dal Poz a quattro mani assieme a Filippo Venturi. Nel libro l’allenatore triestino racconta il suo amore per la palla a spicchi, le sue scelte di vita, le motivazioni che lo hanno portato a essere un vincente (in campo con i capelli tinti di rosso e, finita la carriera da giocatore, con la cravatta da coach in panchina), svelando il suo carattere stravagante e allo stesso tempo sensibile.

di Mitja Stefancic

Nel suo libro dal titolo “Clamoroso: la mia vita da immarcabile” (ed. Mondadori, settembre 2020), scritto a quattro mani con lo scrittore bolognese Filippo Venturi, Gianmarco Pozzecco ci racconta di come ha vissuto la pallacanestro sin da giovanissimo, delle scelte fatte e delle decisioni prese in questa direzione quando, ancora ragazzino, ha preferito il basket al calcio, e del percorso che negli anni lo ha portato a essere dapprima un giocatore di successo, tra i più ammirati in Italia, e, in seguito, un personaggio televisivo nel ruolo di commentatore e conduttore nonché un allenatore riconosciuto in Italia (prima della Dinamo ha allenato l’Orlandina, Varese, la Fortitudo Bologna) e all’estero (al Cedevita Zagabria era assistente di Veljko Mršić, già compagno di squadra ai tempi dello scudetto della stella di Varese).

Si tratta di un libro che, oltre a narrare in maniera avvincente la carriera cestistica del Poz, ha un grande merito, che ne rappresenta il valore aggiunto: Gianmarco ci svela la propria filosofia di vita, incentrata sulla caparbietà e sull’ascolto del proprio istinto, ma anche la propria indole a andare oltre gli schemi. Indole mostrata già da giovanissimo e riconosciutagli dal suo amico triestino di sempre nonché inquilino del piano sottostante l’abitazione del Poz, Riccardo “Ricky” Russo, quando da ragazzi abitavano a Trieste in via Capodistria 5/1. A questo proposito racconta il Poz: “una volta, in preda ai miei deliri, gli confessai: «Ricky, vorrei essere ancora più folle di quello che sono». La sua risposta non l’ho mai dimenticata, e ancora oggi, nei momenti di sconforto, mi è di grandissimo aiuto: «Tranquillo, Gianmarco, più di così è impossibile!»” (pp. 28-29).

Gianmarco Pozzecco ci rende partecipi del rapporto con i giocatori con cui ha condiviso allenamenti e partite sul parquet di gioco e quelli che, appese le scarpe al chiodo, ha allenato, descrivendo alcune vere e proprie amicizie che sono maturate negli anni grazie alla passione per la palla a spicchi. Scopriamo così l’ammirazione che ha avuto per il concittadino Stefano Attruia, anch’egli triestino, che è stato per lui un punto di riferimento nella Livorno di Dado Lombardi, “eravamo sempre insieme, mattina e sera. Ci trovavamo in palestra prima degli altri, iniziavamo a tirare, poi facevamo allenamento, ancora lì per far pesi e, dopo pranzo, al pomeriggio, si riiniziava” (p. 63). Oppure del legame fraterno, inscindibile, che si è creato tra Gianmarco e Andrea Meneghin a Varese: “era un fratello. Eravamo giovani e affiatati, con lo stesso spirito, la stessa voglia di scherzare, di fare i coglioni, di non prendere troppo sul serio se stessi e le cose della vita, quelle del basket in primis. Era la nostra forza… Anche grazie alla nostra amicizia la squadra si cimentò… Ci abbracciavamo sugli errori, ci esaltavamo a vicenda sui canestri” (p. 81).

Prendendoci letteralmente per mano, nel suo racconto Gianmarco ci offre infine il suo punto di vista sull’importanza di avere la giusta dose di tenacia nella vita, che spesso divide chi riesce a raggiungere gli obiettivi sino in fondo da chi non ce la fa: “nella mia carriera ne ho sbagliate tante, molte di queste le ho ammesse. Ma la mia caparbietà, la mia testardaggine, la mia forza di volontà sono stati elementi oggettivi che mi hanno permesso di superare gli ostacoli più insormontabili, come per esempio l’altezza. Io sono diventato il play più forte d’Italia, il giocatore più amato proprio per questa mia tenacia nell’essere me stesso” (p. 164).

“Clamoroso” è un libro che probabilmente sin dalla prima pagina vi prenderà totalmente, trasportandovi dall’inizio alla fine, vuoi per l’azzeccatissimo ritmo che c’è nel libro (forse anche in questo, in fin dei conti, si intuisce che i playmaker sono quelli che dettano ritmi e schemi) vuoi per la sincerità e l’autoironia – doti ammirevoli di questi tempi – che traspaiono nelle pagine scritte dal Poz.

Mi permetto di chiudere questa breve recensione citando una chicca contenuta nel libro, che fa riferimento alla promozione ottenuta dal giovanissimo Pozzecco con la maglia della Longobardi Cividale contro il Don Bosco Trieste nella palestra dei Salesiani – a Trieste, appunto. Così Gianmarco descrive il ricordo indelebile di quella partita, gli ultimi attimi in campo e il tiro vincente del compagno di squadra cividalese della Longobardi, Desio “El vecio” Flebus (a fine carriera, mentre Gianmarco stava muovendo i primi passi da professionista): “…Non ci voleva Stockton per capire dove potesse essere Desio. Avete presente quando sentite due occhi addosso e una voce che ti dice: «Cazzo, piccolo! Dai che la chiudiamo!». Mi chiamava proprio così, “piccolo”. Palla a lui. Mai, nel proseguo dei miei vent’anni di onorata carriera, ho rivisto una cosa simile. Desio ricevette e tirò guardandosi i piedi. Non il canestro, quello non l’ha neanche considerato. Ho pensato: “Questo si è bevuto il cervello”. E invece: ciuf! Loro a casa, noi in serie C. Festeggiammo” (pp. 41-24).

Buona lettura a tutti!

Pozzecco Gianmarco

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