Il giorno in cui Superman scese all’Arsenale: i 70 punti di Drazen Dalipagic

Il giorno in cui Superman scese all’Arsenale: i 70 punti di Drazen Dalipagic

30 anni fa esatti, Drazen compiva un’impresa eccezionale, la terza per numero di punti in una partita, ma la più difficile, data la forza dell’avversario. Quasi da solo batteva una Virtus lanciatissima in testa alla classifica, mettendo il sigillo della sua classe a una carriera straordinaria.

di Massimo Tosatto

Tonino Zorzi: “Drazen ma perchè ti fermi ancora dopo l’allenamento a tirare?”
Drazen Dalipagic: “Coach, ma cosa credi, che noi nasciamo con il tiro?”

Il tempo meteorologico, nel gennaio 1987, tormentò il paese con nevicate fortissime. A Venezia il vento gelido si insinuava per le calli e batteva sui visi dei pochi turisti e dei cittadini imbacuccati. La temperatura sembrava più bassa del reale, occorreva coprirsi. Occorreva soprattutto una buona scusa per alzarsi dal divano e andare all’Arsenale, e Drazen Dalipagic era più che una buona scusa. Che tu amassi il basket o no.

Drazen giocava alla Giomo, o meglio la Reyer, la storica squadra della laguna. Dopo una vita a vincere trofei da protagonista con la nazionale jugoslava e il Partizan, il Bosna, il Real, si era concesso, a fine carriera, una divagazione lagunare, in una squadra che lottava per non retrocedere.

Venezia si intonava perfettamente a Drazen e al suo basket. Una città crepuscolare, fissata in un magnifico passato. Una squadra storica, ma dal presente difficile. Un giocatore dal cipiglio perennemente corrucciato, un eterno insoddisfatto del gioco, un amante supremo del canestro. Soprattutto, l’espressione di un mondo sul filo del rasoio. Quasi alla fine. La vecchia Jugoslavia avrebbe ancora vinto un Mondiale nel ’90 e un Europeo nel ’91, prima di sciogliersi nei mille rivoletti degli odi etnici che avrebbero dilaniato anche lui, bosniaco, in perenne equilibrio tra mondi fratelli e rivali.

Ma la mattina del 25 gennaio 1987, a colazione, Drazen era concentrato sulla partita del pomeriggio. La Virtus Bologna, allenata da Sandro Gamba, sarebbe venuta all’Arsenale per continuare la sua corsa in cima al campionato, contro una Giomo nella seconda parte della classifica.

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Venezia navigava in ambasce finanziarie non da poco. Dopo una parentesi ricca nel 1980 con una squadra da scudetto in A2 e Spencer Haywood in campo, la situazione era peggiorata. I soldi non si trovavano e si perdevano i giocatori migliori. Drazen era tornato a Venezia perché amava quella città, oltre ai soldi. Forse per un bosniaco di Mostar, al centro dei balcani, Venezia esercitava un fascino particolare. I veneziani si guardarono bene dall’avere un grande impero, rimasero sempre una città, in grado di rivaleggiare con gli Stati. Ma esercitarono una forza di attrazione per tutto il mondo a est delle Alpi Giulie. Per questo non aveva, Praja, come lo chiamavano, resistito alla richiesta di aiuto del suo coach, Tonino Zorzi, e si era portato dietro il fido Rascio Radovanovic a tenere i tabelloni sotto controllo.

Drazen segnava. Non che fosse egoista, era semplicemente il più forte. Le difese non sapevano cosa fare. Il suo pensiero viaggiava più veloce e il suo raggio di tiro era praticamente infinito. Il tiro da tre era nulla, per lui. Tirava da dove tirava prima, ma gli davano un punto in più. Un gioco da ragazzi.

La Virtus non doveva necessariamente preoccuparsi. Era più squadra. Un grande play, Brunamonti, una guardia intelligente, Marty Byrnes, un’ala piccola guizzante e affamata come Stokes, l’eterno Villalta e il giovane Gus Binelli sotto canestro. Una leggenda come Sandro Gamba ad allenare e una leggenda in fieri come aiuto allenatore: Ettore Messina.

Di fronte a questa corazzata il paron, Tonino Zorzi, altra leggenda in panchina a Venezia, poteva opporre Drazen e poco altro, ma con la chiarezza, almeno, di sapere cosa fare. Una cosa sola: palla a Praja, poi farà lui.

E così inizia la partita.

  1. Palla a due, la conquista la Virtus. Dopo un paio di azioni, Drazen si nasconde dietro Radovanovic in post basso, esce, riceve fuori dall’arco. Marty Byrnes, non ci crede, rimane un po’ indietro. Drazen non ci pensa due volte. Fanno tre punti.
  2. Drazen palleggia, Ratko fa uno dei suoi blocchi velenosi pieni d’astuzia. Praja va a sinistra e in un attimo, Bam! 5 punti.
  3. Recupero di Venezia, contropiede. La difesa Virtus aspetta sotto canestro. Drazen prende e non ci pensa, 7 punti.
  4. Un minuto dopo, ancora da tre. Byrnes aspetta, Drazen giochicchia con Radovanovic, poi non ci pensa un attimo. 9 punti più un libero, 10.
  5. Il canestro successivo, Byrnes gli rimane attaccato, lo porta verso il fondo e Stokes esce per la stoppata, ma non serve. Drazen mira al quadratino sopra al canestro e la palla entra, 12 punti.
  6. Byrnes prova ad anticipare, ma sul movimento senza palla è ancora più difficile. Drazen ha imparato in infiniti uno contro uno delle nazionali slave, partite d’allenamento dove si tagliavano giugulari che era un piacere. Il povero Byrnes finisce a terra con la collaborazione di Radovanovic, roba da Fronte del Porto. Praja riceve spalle a canestro e si gira. 14 punti.

I punti dal 15 al 17 sono tre liberi per fallo di Massimo Sbaragli (l’anno prima grande protagonista a Napoli).

  1. Cambio di marcatura. Tiro da tre dall’angolo. 20 punti.
  2. Entrata da sinistra. Colpo di biliardo di nuovo sul tabellone. 22.
  3. Post basso a destra. Spalle a canestro, si gira. Il difensore marca il possibile passo e tiro ma non importa. 24 punti.
  4. Il 26 arriva in contropiede servito da Brusamarello, in mezzo a due.

Altri tre liberi, fanno 29, per un fallo su tiro da tre.

  1. Il punto 31 è dalla lunetta, due palleggi e tiro sulle braccia protese di Gus Binelli.

Da 32 a 33 altri 2 tiri liberi per fallo di Sbaragli. Poco prima di quel fallo, Drazen tira visibilmente per il braccio il povero Sbaragli e lo sbilancia.

34 e 35 per ancora un fallo di Sbaragli, che viene di nuovo preso per il braccio astutamente, dal che si vede da chi Divac imparò la mossa del braccio di Shaq tenuto stretto sotto il suo per subire fallo…

  1. Canestro in entrata sulle braccia protese di Binelli. 37.
  2. L’uscita dal blocco successivo vale il biglietto. Parte dal basso, sale, riceve in un fazzoletto. Finta l’entrata, palleggio, il difensore non sa cosa fare. Quel diavolo potrebbe entrare, tirare e accendersi una sigaretta, ma tira da 3 e segna. 40.

Sono 30 punti su azione più 10 liberi. Su 10. Totale 40 punti, alla fine del primo tempo. Ah, si giocavano su due tempi da 20.

  1. All’inizio del secondo tempo, lui e Ratko rivangano il playbook della vecchia Jugo. Radovanovic da post alto, Drazen in backdoor riceve e consegna. 42 punti.
  2. Al canestro successivo, il difensore virtussino cade in mezzo all’area non si sa come, mentre Drazen riceve sotto canestro e segna appoggiando. 44
  3. Sul canestro del 68 pari di Villalta, Drazen non rientra, riceve direttamente la palla dal play in contropiede da sinistra, raddoppiato da Byrnes e Binelli, e segna cadendo all’indietro. 46

Il fallo tecnico di Fantin concede due liberi e sono 48. In questa fase Bologna triplica su Drazen riuscendo a limitarlo e passa in vantaggio. Ma Praja cambia le carte in tavola e gioca al gatto col topo.

  1. Il canestro successivo Brunamonti salta invano davanti a lui per impedirgli il canestro, ma sono 51 con un tiro da tre dolce dolce.

Punto 52 e 53 arrivano su due liberi.

  1. I 56 punti vengono da un tiro da tre, tanto per cambiare. La difesa virtus, alla faccia di chi dice che Gamba avesse ordinato di non difendere su di lui, quando Drazen riceve diventa isterica. Chi è vicino a lui lo marca, i giocatori si muovono in difesa sperando di aiutare su un raddoppio o impedire un assist e lui, ieratico come un bonzo, infila la tripla con la massima serenità.
  2. I 58, riceve sulla destra, palleggia due volte e la difesa non sa cosa fare. Finta, arresto e tiro. Bum!

59 & 60 arrivano su due liberi.

  1. L’attaccante on fire, quando cerca di smarcarsi o se riceve la palla, produce un effetto moltiplicatore. Una sua finta sposta la squadra. Un suo taglio fa spostare due o tre giocatori. Al tempo stesso, libera gli altri. Su un tiro da tre, sbagliato, di un compagno, Drazen è sotto canestro, ubiquo, e tocca per i suoi 62 lasciando basita una difesa che per un attimo si era illusa.
  2. Altra fuga sulla sinistra, altro raddoppio dell’infinito Gus Binelli, altro canestro appoggiando. 64

Fallo di Brunamonti che non sa più come fermarlo. Dal match di wrestling, Drazen se ne esce con i punti 65 e 66.

  1. Riceve sulla sinistra. La difesa cerca di stringerlo, ma non importa, Brunamonti a terra e fanno 68 in movimento.
  2. L’ultimo canestro è un altro classico da sinistra. Arresto morbido col lungo che cerca di uscire. 70 punti

19 tiri liberi. Su 19.
18 su 23 da 2.
4 su 9 da tre.

Totale: 70 punti.

Non un ricamo. Non un movimento inutile. Un tiro in sospensione purissimo con un rilascio molto alto. Una corsa costante, non velocissima, ma senza mai fermarsi. Una forma fisica perfetta. Ma, soprattutto, la conoscenza del gioco. Drazen conosceva il gioco in ogni suo dettaglio. Sembrava non facesse fatica, ma era invece il risultato di un’applicazione costante, di un feroce inappagato istinto di grandissimo attaccante.

Se fosse stato un filosofo, sarebbe stato un cinico. Se fosse stato un narratore, uno scrittore alla Chandler, un Philip Marlowe che combatte per cause perse, senza sbocco. Nell’anima era un grande giocatore slavo, uno di quelli per cui si fabbricano leggende.

Fosse stato per lui, quella sera, forse un altro migliaio di tiri li avrebbe fatti, giusto per stare caldo. Ma il pubblico dell’Arsenale stava esplodendo, il palazzetto era una bolgia. Il grido “Praja Praja”, saliva in alto, altissimo. 23 canestri, con tutto lo scibile cestistico che un giocatore possa umanamente assorbire. Una delle ultime esibizioni della prima grande generazione slava, quella che portò il talento di Cosic, Kicanovic, Slavnic, Delibasic, in giro per il mondo.

A lui non sembrava importare molto. Sorrideva a fatica, la bestia era chetata fino alla partita successiva. Dove, probabilmente, ne fece altri 35.

Nel basket italiano ci sono due prestazioni di alto livello. Una di Riminucci contro il La Spezia, nel 1964, di 77 punti. L’altra di Carlton Myers in A2, contro Udine, di 87 punti.
Con tutto il rispetto per dei campioni grandissimi, però, qui siamo a un altro livello. La Virtus era in testa al campionato, lanciatissima e con allenatori di prim’ordine. La Giomo rischiava la retrocessione e schierava un gruppo di giovani di buone speranze, con Dalipagic e Radovanovic a fare i giocatori di esperienza.

70 punti, in una partita tirata, contro la prima in classifica. Virtualmente da solo, con l’aiuto della buona volontà dei compagni e della sapienza cestistica del suo amicone Ratko, che piazzava blocchi da codice penale. Che dire? Questa non è un’impresa da record. Questa è leggenda. Roba da mito, da Argonauti, da Itaca, da Ercole o Ettore.

Questa è roba da Drazen Dalipagic.

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