Milos Teodosic: “Per me l’assist è il momento più bello del basket. Il derby è speciale e produce ogni volta nuovi eroi”

Milos Teodosic: “Per me l’assist è il momento più bello del basket. Il derby è speciale e produce ogni volta nuovi eroi”

Il play serbo si è raccontato in una lunga intervista su Sportweek, all’interno di uno speciale dedicato alla stracittadina bolognese, che torna nella massima serie a distanza di 10 anni dall’ultima sfida.

di Francesco Strazzari

Milos Teodosic è stato protagonista dello speciale dedicato al derby numero 106 da Sportweek. Il numero 44 della Virtus Segafredo ha rilasciato alcune dichiarazioni, toccando diverse tematiche: la famiglia, l’infanzia segnata dalla guerra, le pressioni e le aspettative che gli sono state messe sulle spalle e, ovviamente, l’Italia e Bologna.

Riportiamo di seguito un estratto delle sue dichiarazioni:

“Cos’è un assist? Quando segno, sono felice io e la squadra intera, il gruppo indistinto. Quando servo un assist, sono felici due persone: io e il compagno che ha ricevuto il passaggio. All’assist successivo, farò contento un compagno diverso, e così via. Capisci cosa intendo? Quando offro un passaggio vincente rendo felice un compagno preciso, posso leggere nei suoi occhi, sul suo volto, soddisfazione e gratitudine. È qualcosa di più personale, di più intimo. Per questo considero l’assist il momento più bello del basket.

Il mio gioco troppo geniale? No, non penso. O, per lo meno, compagni di squadra e allenatori lo hanno sempre capito. In caso contrario non sarei mai potuto arrivare a questi livelli.

La guerra in Jugoslavia? Ricordo quella del ’99, avevo 12 anni; di quella del ’95 ero troppo piccolo per averne memoria. Ricordo i missili: volavano, poi colpivano, e poi tutto intorno era solo macerie. Ricordo il suono delle sirene d’allarme e la gente che correva a nascondersi. Cosa mi ha tolto? È stata più dura per gli adulti. I miei amici e io eravamo ragazzi: continuavamo a pensare alle nostre partite di calcio, di basket. In fondo, abbiamo continuato a giocare.
I serbi il popolo eletto tra i Balcani? Non è che ci consideriamo tali. Lo siamo.

Le esperienze all’estero? In Grecia sono andato che ero molto giovane, non conoscevo l’inglese e un sacco di altre cose. A Mosca ho imparato cosa vuol dire avere addosso tante aspettative e cosa significa giocare con grandi compagni di squadra . Gli States hanno rappresentato una sfida, un cambiamento, un’opportunità.

Il derby? Non posso paragonare questa partita a nessun’altra perché devo ancora giocarla, ma ogni derby in qualsiasi Paese è speciale. Ogni volta sfugge ai pronostici e produce nuovi eroi.
I miei compagni? Li conoscevo tutti perché studio e guardo molto basket. Quel che importa è che non abbiamo fatto ancora niente come squadra, sono state giocate troppe poche partite per dire dove possiamo arrivare.”

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