Riforma giustizia sportiva: dalla FIGC la via d’uscita per Malagò

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Il Presidente FIP Gianni Petrucci – Sotto la sua Presidenza (febbraio 2012) la riforma che non piace      al Calcio, e a cui Malagò vuole mettere mano per  l’intero sistemaQuest’oggi, sulle pagine rosa della Gazzetta, Stefano Valenti non manca all’appuntamento del week-end con la sua rubrica “Palazzo di Vetro”, e tocca il tema, a dir poco annoso, della riforma del sistema di giusitzia sportiva. Un bisogno sviscerato in tutte le salse, che riguarda anche il futuro della pallacanestro, una necessità di cui il neo-eletto alla presidenza del Coni Giovanni Malagò ha fatto una bandiera della sua campagna elettorale.

Eppure, tipico paradosso all’italiana, siamo a poco o più di un anno dall’intervento con cui il Consiglio Nazionale del CONI mise mano agli ingranaggi (febbraio 2012). Il tutto in sintonia con una Commissione dei Saggi allora composto dagli ex presidenti della Corte Costituzionale Piero Alberto Capotosti e Riccardo Chieppa, dall’ex presidente del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, dall’ex presidente del Consiglio di Stato e attuale garante del comportamento sportivo Paolo Salvatore, dall’ex numero uno della Consob e attuale presidente delle Ferrovie dello Stato Lamberto Cardia, dall’ex vicepresidente del Csm Giovanni Verde e dal professore di diritto pubblico all’università Roma Tre e figlio del presidente della Repubblica Giulio Napolitano, incaricato tra l’altro di assicurare l’inserimento delle novità nei Codici della varie Federazioni.

Ma cosa si prevedeva? Le “modifiche e integrazioni sia allo Statuto del CONI sia ai Principi fondamentali degli statuti federali” puntava “all’abbreviazione dei termini e dei gradi della giustizia sportiva, agli effetti della decisione della giustizia sportiva, alla revisione del giudicato sportivo, alla limitazione e assicurazione del rischio federale, all’indipendenza dei giudici sportivi”. In buona sostanza:

– Fissati termini perentori per le indagini della Procura Federale (90 giorni), per i procedimenti (15 giorni), per gli appelli (10 giorni per le società e 30 per i tesserati;
– Le inchieste dovranno limitarsi a fatti accaduti entro l’anno, ad eccezione di episodi emersi da inchieste della giustizia ordinaria;
– Due gradi di giudizio; dopo la prima sentenza si potrà scegliere, entro sette giorni, tra l’organo di appello federale, l’Alta Corte di Giustizia Sportiva e il Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport (TNAS), ipotesi questa valida solo per tutti quei casi che hanno anche risvolti economici;
– Fissata la competenza per l’assegnazione e la revoca degli scudetti che, qualora fosse già stata esplicitata, avrebbe evitato le polemiche successive alla dichiarazione di incompetenza del Consiglio federale, individuato appunto come depositario di tale competenza;
– Le Federazioni dovranno assicurarsi per gli eventuali danni economici provocati da decisioni poi riformate.

Veniamo quindi ai problemi: L’attuazione della riforma passava per le conseguenti modifiche degli Statuti e dei Regolamenti di giustizia delle Federazioni, e nell’ultimo Consiglio Nazionale di ottobre, Petrucci chiese di accelerare tale processo di adeguamento, in modo che il nuovo sistema di giustizia sportiva possa entrare pienamente in vigore a decorrere dalla prossima stagione agonistica 2013-14. Il problema è che la resa operativa è avvenuta soltanto in pochissime federazioni, tra queste la FIGC di Giancarlo Abete è stato di parola. Che giovedì sera ha steso il documento sulla riforma richiestogli da Giovanni Malagò. Resta ora da vedere quando e come il presidente del Coni troverà il tempo di metterci mano.

La pregiudiziale non scritta, ma trasferita a voce dal presidente del calcio a quello dello sport italiano, è che va messo un punto alla riforma. Anche perché il senso di quel «punto», per essere chiari e trasferire su carta il pensiero di Abete e non solo suo, è che quella riforma non funziona e va quasi per intero buttata nel cestino, salvando magari, aggiungiamo noi, la norma che assicura al Consiglio federale la «competenza» sugli scudetti, per evitare teatrini come quelli dell’estate 2011.

Ma cosa suggerisce Abete? Riportando la bozza dall’edizione odierna della Gazzetta:

– Chiudere lo «scontificio», come lo chiama giustamente Malagò, del Tnas.
– Ridurre alla Alta Corte presso il Coni, organo collegiale allargato, la possibilità di intervenire non sul merito ma solo sulla legittimità delle sentenze emesse nei due gradi di giudizio delle federazioni. Una sorta di vera e propria Cassazione dello Sport.
– Rivisitare a sconto la responsabilità oggettiva con particolare riferimento ai reati sportivi connessi alle scommesse, nell’ambito dei quali il più delle volte, come si è potuto constatare, la società è vittima e non correa delle colpe dei propri tesserati.
– Inchieste e processi rapidi, diritti della difesa e prescrizione: qui Abete non indica soluzioni certe ma segnala la necessità di dover declinare questi tre «momenti» della giustizia sportiva nel modo più complementare possibile, facendo molta attenzione agli opportuni pesi e contrappesi.

“I rischi che si corrono però”, sottolinea Valenti, “sono quelli che nelle pieghe della riforma si finisca con l’essere eccessivi in un senso o nell’altro. Né troppo cattivi, senza Tnas di certo sparisce la giustizia «buona» (quella per inciso in cui i tre arbitri di volta in volta selezionati fatturano discrete cifre, a fronte dei 40 euro lordi al giorno di rimborso che spettano ai membri di Disciplinare e Corte di Giustizia federale), né troppo buoni, guai allargare eccessivamente le maglie della responsabilità oggettiva, che altrimenti lì dentro ci si infilano tutti. I tempi. Sembra sia impossibile farcela per il 30 giugno, quando scade la prorogatio del Tnas e tuttavia sarebbe davvero incomprensibile far passare un’altra intera stagione del calcio, la federazione più coinvolta nella riforma, lasciando le cose come stanno. Qui si valuterà la nobilitate di Malagò, che ha tutto l’interesse di piazzare dopo molte parole un primo concreto mattone da presidente del Coni, proprio in una materia dove il suo predecessore ha fallito.”