Torino, il basket e la Coppa: storia di uno strano amore

Torino ha vinto la Coppa Italia in una strana annata, dimostrandosi la squadra più capace sulla partita singola. Una strana e bella vittoria che esalta una storia breve ma dalle radici lontane.

di Massimo Tosatto

“Sono convinto che Torino un cuore ce l’abbia, e bello grande, anche.”
Dido Guerrieri

Bisogna dare atto agli uomini quando riescono a dare forma al proprio destino.

Come Paolo Galbiati, che ha preso in mano una squadra allo sbando, come ultima speranza di trovare una via sicura, e le ha ridato forma, tornando alle basi di quel basket messo in piedi da Luca Banchi.

O come Valerio Mazzola, che nel momento decisivo si è trasformato in Moses Malone, prendendo tre rimbalzi offensivi in fila, ha segnato smascellando il povero Vitali e si è preso un fallo, poi trasformato col libero.

O Peppe Poeta, che ha affrontato la partita su una gamba sola, dando il consueto contributo di intelligenza cestistica e una tripla da dieci metri nel momento più delicato.

O Nobel Boungou Colo, che ha giocato una personale sfida all’ok corral alla fine del terzo quarto, segnando tre triple consecutive contro tutta Brescia.

O Deron Washington, che ha intercettato un passaggio a dieci secondi dalla fine, si è involato in palleggio e, seguendo la regola Peterson, ha passato prima della linea del tiro libero, uno schiacciato a terra salito all’altezza delle ginocchia di Vujacic che ha ricevuto, si è attorcigliato su se stesso come Barishnikov e ha trovato miracolosamente il canestro, lasciando 2 secondi e due punti che Brescia non ha saputo rimontare.

Sono stati gli eroi inattesi a decidere la partita. D’altronde, una partita punto a punto non può non avere che multipli momenti decisivi. Ogni punto, ogni canestro lo è.

Anche quelli fuori campo. Come il ricorso a tempo di record per salvare Trevor Mbakwe, quando Renato Nicolai si accorgeva della squalifica comminata al suo centrone dopo la semifinale, e in un attimo metteva il legale della squadra all’opera per ricorrere contro un’assenza che avrebbe troppo penalizzato la squadra.

E se siamo qui a parlare di questa Torino, dopo due allenatori cambiati in poco tempo, vincitrice della Coppa Italia, non può non essere merito di chi sta fuori e fornisce un solido contributo a tenere insieme personalità forti, che non naufragano, anche se le voci non confermate di litigi minacciano sempre l’equilibrio interno.

Forse proprio qui è il segreto, in quella subalpina compostezza abituata a vedere tante problematiche succedere, incapace di gridare all’isteria, ma pronta a supportare, ricamare, unire continuamente i diversi aspetti divergenti. Un lavoro che forse manca in squadre più titolate e con un maggior budget, che si trovano un centinaio di chilometri a est della capitale del Piemonte.

E anche nel presidente Antonio Forni, il suo gusto sofisticato e sorprendente, la sua passione infinita, il suo desiderio di spingere in alto la squadra, il quale all’improvviso si trova tra le mani un gioiello di un valore che va ben oltre le aspettative d’inizio stagione.

Perché Torino ha fatto tanto, davvero tanto. Ha combattuto fino all’ultima partita in Eurocup, soccombendo a una San Pietroburgo più forte, è ben posizionata in classifica e ora ha un campionato in cui torna a giocare, spinta dal vento della vittoria in Coppa Italia.

Tutto bene allora? Difficile dirlo. I torinesi sono composti, ma sono anche gli estimatori peggiori di se stessi. In uno specchio vedono i difetti e non i pregi, e coltivano un’atavica diffidenza nel destino, che è stato forse il freno maggiore dell’Auxilium degli anni ’80.

Grande squadra, quella, ma che non vinse nulla, lasciando un’eredità di amore nei tifosi, che dopo tanti anni ha fatto ancora resuscitare quel nome, cercando in tutto e per tutto una continuità con la squadra di allora. C’è una curva Guerrieri, caso singolare di curva dedicata a un allenatore rimasto nel cuore delle persone che lo conobbero, e rimanevano soggiogate da una profonda umanità e da una ancor più profonda conoscenza del basket.

C’è il ricordo adolescenziale di una città uggiosa e triste, che usciva dalla crisi della Fiat e dalla marcia dei quarantamila, con cui i quadri cittadini si ribellavano allo sciopero quasi infinito indetto dalla CGIL, rovesciando i rapporti di potere all’interno del moloch cittadino della fabbrica.

E deve suonare ironico che lo sponsor di questa Auxilium sia la Fiat, che allora non si avvicinava al basket nemmeno se costretta, anche se permeava ogni aspetto della vita cittadina. Mentre oggi, che si è disimpegnata dall’anima e dagli interstizi operai, si è invece coinvolta in un’attività che veicola, attraverso il basket, il suo nome. Segno questo, forse più di altri, di come siano cambiati i tempi.

L’Auxilium che retrocesse nel ’93, abbandonando la serie A per quasi un ventennio, lasciò una città in crisi, in preda alle convulsioni postindustriali e incapace di vedere il futuro. L’Auxilium che tornò in serie A, ritrovò una città piena di palazzetti, capace di accogliere un progetto e di veicolare l’amore di una città profondamente cambiata, su una squadra che ritrovasse le sue radici.

Perché le radici per i piemontesi, e per chi è venuto dagli anni ’50 in poi, sono importanti. Ma non bisogna eccedere. Questa Auxilium è un progetto completamente nuovo, coraggioso. Sotto la guida di un management esperto, ha lavorato sulla sua struttura e si è dotata di tutto il personale necessario per guidare una società moderna. Forse non tutto funziona sempre alla perfezione, ma l’esperienza farà la sua parte.

Il campo, in fondo, è solo l’ombra lunga di quello che si costruisce alle spalle. Un tiro tranquillo di un Vujacic, il rimbalzo di un Washington, sono la conferma che quel giocatore può dare il meglio di sé, senza essere troppo influenzati dalle voci dentro e fuori dal campo.

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Si è parlato in questa stagione di uno spogliatoio agitato. Ma, se è così, meglio uno spogliatoio agitato da caratteri forti, che un posto in cui tutti vanno d’accordo, ma non hanno il coraggio di parlarsi e di dirsi quello che pensano. Le squadre che soffrono sono sempre quelle in cui le conflittualità non vengono a galla, e le crepe nascono da forze interne, da vapori che gonfiano i muri e fanno crollare la costruzione.

Questo si è visto molto nell’abbraccio tra Galbiati e Garrett, dopo il terzo fallo di quest’ultimo. Diante sapeva di non aver fatto quello che doveva e lo ha fatto capire al suo coach, in cui ha evidentemente fiducia, e ne ha ricevuto in cambio quello che cercava, tornando in campo rinfrancato e pronto a guidare la squadra.

L’apporto degli ultimi arrivati è stato decisivo. Vander Blue dona alla squadra quella precisione da fuori, nel ricevere e tirare, che mancava. Boungou Colo è un Rodman in sedicesimo, uno che rompe le scatole a rimbalzo e non arretra mai, sapendo anche colpire bene da tre.

Numericamente, Torino ha cominciato con 11 punti nel primo quarto, e Brescia finito con 11 punti nel quarto quarto. Era come se un coperchio di ghisa si fosse posato sul canestro di Brescia e Torino, le squadre non riuscivano a segnare, forse indice di giocatori non abituati a questa ribalta.

Il distacco è rimasto invariato per i primi tre quarti, poi la Fiat ha trovato dei canestri decisivi e ha messo la freccia del sorpasso proprio sulla linea del fotofinish.

Certo, è stata una coppa strana. Le prime tre non hanno superato il primo turno, e le finaliste sono la quarta e la sesta in classifica. Segno di equilibrio, certo, ma anche di qualcosa di intrinsecamente fragile nel nostro basket di vertice, in cui le squadre nascono e muoiono, vincono e perdono, senza che il roster si rispecchi nel risultato.

Per certi aspetti è positivo: aumenta l’attesa, la sorpresa. Ma per altri no, indica una delicatezza degli equilibri, come se tutto fosse sempre giocato sul filo del rasoio. Torino ha avuto il merito di essere solida e, forse proprio perché è un gruppo cresciuto in mezzo alle difficoltà, ha saputo rinsaldarsi, invece di sfaldarsi.

Questo vorrà pur dire qualcosa, nel complesso panorama del nostro basket. Intanto che si può fare basket in una grande città richiamando tifosi, ma che ci vuole tempo, passione, competenza. E poi che basta poco a spostare gli equilibri, a ribaltare classifiche e sulla partita unica mai nulla è detto a priori.

Spaventa la sconsolante assenza di giovani italiani. In finale l’ultratrentenne Poeta e l’altro ultratrentenne Mazzola da un lato, con i Vitali, Traini e Sacchetti dall’altro, ormai nella parte alta dei venti o da quella sbagliata dei trenta. Assente Okeke, non c’era molto altro da vedere, se non un buon Fontecchio con Cremona.

Troppo poco. Ma questa è un’altra storia.

QUESTA storia è che Torino ha vinto.

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