Dieci, cento, mille Cecilia Zandalasini

Dieci, cento, mille Cecilia Zandalasini

Cecilia è volata in America, ma quante altre come lei nei campetti e nelle palestre lottano per farcela?

di Massimo Tosatto

“Un giorno Raffaella Reggi (tennista italiana rimasta stabilmente nei top 20 per anni, ndr) giocava a Parigi e prima di entrare stava male, era scossa dal vomito. Io: “Raffaella non puoi giocare”. E lei: “No, io entro in campo e vinco!”. E vinse. Perché le giocatrici italiane sono delle combattenti. I giocatori si guardano allo specchio, guardano come si vestono, ma le giocatrici entrano in campo per combattere, senza paura.”

Nick Bollettieri, l’allenatore di tennis che scoprì Monica Seles, Agassi, Courier, Maria Sharapova.

 

Cecilia Zandalasini è un numero primo. Qualcosa che agli italiani, e non solo, piace molto: una giocatrice che sembra essersi formata da sé, dal nulla, senza bisogno di chiedere niente a nessuno.

Cecilia è anche una ragazza schiva, poco personaggio, nonostante la bellezza si presti a essere iconizzata e riprodotta su tutti i supporti. Lunghi capelli ricci, occhi azzurri, un bel sorriso. Nel nostro sport, ancora imbevuto di una falsa idea di dilettantismo, di sostanza sportiva, l’essere personaggio è visto con diffidenza. Si preferisce il giocatore, o la giocatrice, sostanziosa e silenziosa.

zandalasiniCon i personaggi sostanziosi e silenziosi non si va da nessuna parte. Lo sa bene il basket italiano, entrato in un tunnel di non personaggi da anni, che non sa costruire la next big star e farsi trainare dalla sua immagine. Tutti hanno visto Cecilia lottare come una pazza in Nazionale, seguita dalle altre ragazze. Mentre la Nazionale maschile si contorce in una lotta contro la propria immagine, con i giocatori guida incapaci di indicare la strada.

Il talento cestistico e fisico e la sostanziale ignoranza dei limiti incontro a cui dovrebbe andare la classica giocatrice di basket femminile italiana, rendono Cecilia quello che è. Cecilia trasmette l’impressione di superiorità, di forza, rispetto alle altre giocatrici.

Il suo avversario immaginario, quello contro cui tutti i cestisti giocano nei lunghi pomeriggi estivi, l’incarnazione del suo peggiore incubo, lo sparring partner da cui si immagina di prenderle o di dover evitare la stoppata, è un lungagnone atletico che non ha nulla a che fare con le caratteristiche fisiche di una giocatrice. Lo capisci vedendola in campo contro avversarie. Cecilia viaggia a velocità doppia, pensa più veloce, è più atletica, coordinata, e, pur facendo le stesse cose delle altre, lo fa più rapidamente e con più intensità.

Per questo il suo viaggio in America non scandalizza nessuno. Il suo livello è quello e a ventun anni è il momento giusto di affrontare le più forti. Non è chiaro quanto minutaggio potrà avere, perché la sua eccezionalità da noi, laggiù è normalità. Ci vorrà tempo, ci vorranno anni magari, ma l’abitudine mentale di giocare con le migliori le entrerà dentro e potrà imporsi anche laggiù.

Per non gettare sempre la croce addosso al basket italiano, occorre dire che Cecilia è integralmente un prodotto del nostro basket. Cresciuta a Broni, poi a Sesto San Giovanni e a Schio, i fondamentali li ha imparati qui, e qui ha imparato a stare sul campo. Quindi non è tanto quello ha imparato “cestisticamente” a renderla quello che è. Cecilia è una grande giocatrice per quello che porta da fuori: una fisicità, agilità, coordinazione, atletismo, che poche hanno.

O nessuna, a livello italiano.

Le nostre giocatrici sanno giocare a basket; quello che manca, nel femminile come nel maschile, è l’applicazione del basket su fisici che possano portare quei concetti ai livelli più alti.

Difficili dire quali radici possa avere nel nostro basket. Nel femminile viene in mente Mara Fullin, che però era più guardia ed esprimeva nel suo gioco un’aggressività, una voglia di vincere, che la rese una delle più forti anche a livello europeo.

I suoi modelli sono Diana Taurasi, Kobe Bryant, ma in lei, absit iniuria verbis, l’appassionato vede qualcosa di più. In Cecilia brucia quel fuoco unico che Drazen Petrovic possedeva, altra scheggia impazzita del basket, giocatore a una dimensione unica, la sua.

da Fibaeurope.com
da Fibaeurope.com

Paragoni che lasciano il tempo che trovano e si basano su quell’idea, tutta italiana, del “talento”, del giocatore unico, a sé, irriducibile a una “normalità”.

Invece dovremmo chiederci quante Cecilia Zandalasini ci sono sui nostri campi. Ragazze dall’atleticità superiore, magari cresciute in famiglie sportive, che le hanno messe in palestra e sui campi fin da piccoline. E di quelle Cecilia dovremmo preoccuparci adesso, perché ci sono e perché sono normali, non sono straordinarie, ma hanno bisogno di un ambiente che le accolga, che le immerga nello sport e tiri fuori da loro il meglio.

Visto lo stato del nostro sport femminile, purtroppo, è difficile che queste giocatrici si sentano accolte e trovino uno sbocco, perché, occorre dirlo, Cecilia non è solo il prodotto di sé, organismo cestistico creatosi dal nulla, è anche il prodotto di un lavoro di eccellenza, delle squadre più forti del nostro basket femminile, che l’hanno sempre messa di fronte alla competizione più probante per migliorarla.

Ed è il risultato di una famiglia imbevuta di basket e di sport, che l’ha portata ovunque per farla allenare e le ha instillato quei principi sportivi che sono la spina dorsale di un atleta di livello.

Ora sta a noi, in fondo, ai padri e agli allenatori di questo paese, di suscitare nelle nostre piccole Cecilia Zandalasini quel sacro fuoco. Si può fare, perché ce ne sono molte e devono sentire che il loro talento è ascoltato e che si può arrivare fin dove è arrivata anche lei.

Ma solo se si lavora e si fatica come lei, col talento e la voglia, con giorni di allenamento e di partite senza fine, esce il meglio di sé. Con più fatica degli uomini, con meno opportunità degli uomini, ma con più voglia di loro, come delle vere combattenti.

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